7.4.10

HELGA - scena prima







Da cinque righe di  cronaca nera -con foto squallida del luogo del delitto- lette in un giornale amburghese un po’ di tempo fa ho ricostruito la storia di una ex-puttana della Herbertstraße che era diventata la star incontrastata di una Peep Show in un localino piccolo e un po’ sfigato gestito da un turco “alto un metro e 69 e diventato ricchissimo dalle performance strane e seducenti della vittima Helga K.” (cosi recitava l’articolo) “assassinata in circostanze misteriose e in maniera platealmente brutale”. E allora io la storia l'ho immaginata cosi:
Quando il piccolo Cem, proprietario del “Ruby-Show”, arriva alle 8 della mattina (orario inconsueto per uno che non va mai a dormire prima delle 5) perché ha un appuntamento con il commercialista che viene 3 volte alla settimana a guardare lo spettacolo – gratis ovviamente, in cambio si occupa del business di Cem – e gli servono delle carte che spera di trovare nel cassetto della scrivania. 
Tasta con una mano per trovare l’interruttore della luce. Nella luce dei neon sembra più vecchio dei suoi 40 anni. Mangia e beve troppo e non dorme mai abbastanza. Strizzando gli occhi piccoli e trascinando i piedi va verso il suo ufficio. Accende anche lì la luce. Accanto alla sua scrivania c’è una  sedia per l’esame ginecologico (fa impazzire i clienti quando Cem gli permette contro un cospicuo extra di scoparsi le sue puttane direttamente lì, invece di farli andare in una stanza nell’alberghetto accanto al suo établissement e di proprietà del fratello minore).
Cem è un ometto piccolo, non arriva al metro e 70, e le ha viste tutte in vita sua. Una volta aveva anche lui provato a scoparsi una delle sue ragazze legata stretta sulla poltrona, ma aveva dovuto salire sopra una cassetta della frutta per arrivare al mecca dei suoi desideri. Nel vederlo quella cretina si era messa a ridacchiare e a prenderlo in giro e lui aveva dovuto metterla a posto con il suo piccolo ma affilatissimo taglierino a mezza luna.
Cem non si poneva mai delle domande sul perché delle cose. Ma quella mattina era diverso. Era irrequieto e non gli piaceva quello stato d’animo. Si chiedeva il perché del suo nervosismo mentre con le carte in mano stava per uscire dal suo club. A metà tra il suo ufficio privato e la porta d’ingresso si bloccò. La luce nel “alveare” era accesa. Accesa tutta quanta. Fin lì dove stava lui poteva vedere i giochi di luce che creava l’impianto che aveva fatto installare per caro prezzo. Invece di arrabbiarsi per lo spreco la sua irrequietezza aumentò. Gli si drizzavano i peli un po’ ovunque – il lettore immagini la sensazione di un uomo della profonda Anatolia che era tanto peloso da essere chiamato scimmietta persino dalla sua mamma. Cauto si avvicinò alla piccola porta di servizio che dava accesso al “alveare della regina Helga”.
fu orrendo: nella stanza piena di arredamento kitsch, con le mura rivestite di panno di velluto color porpora e con al centro della stanza il grande piatto girevole ricoperto di strass che riflettevano il luccichio della palla da discoteca anni 80 appesa al soffitto sopra la scena. Il piatto ancora girava. Donna Summer che in sottofondo cantava “love to love you, Baby” e Helga....ecco Helga sdraiata sulla schiena, gambe divaricate in una specie di spaccata forzata, le braccia legate dietro la schiena il che dava una posizione leggermente sollevata al bacino. La pelle bianchissima era contrastata da tanto di quel sangue sparso ovunque sul corpo della ragazza e tutto attorno a lei. I suoi occhi di un celeste glaciale erano spalancati verso il soffitto – avevano una espressione di incredulità e sofferenza. La bocca con le labbra sottili ma ben disegnate era storta in una smorfia di panico.
Cem rimase lì immobile. Non osò respirare. Poi piano e cercando, per non si sa quale motivo, di non fare alcun rumore, uscì. Corse nel suo ufficio e chiamò il 110. “Mi hanno ammazzato la Helga…..venite…..vi prego…..venite”. Lo disse con una specie di singhiozzo luttuoso. Gli venne da vomitare. Per un pelo riuscì a prendere il cestino per la carta. Vide il suo vomito coprire un paio di guanti femminili di raso nero intrisi di sangue. Poi perse i sensi.
...se vi piace continuo a tradurre se no ditelo che non sprechiamo tempo prezioso ne voi ne io.

10 commenti:

Zio Scriba ha detto...

Per me puoi andare avanti... :D

il monticiano ha detto...

M'incuriosisce molto il particolare del paio di guanti femminili di raso nero intrisi di sangue.
Qui gatta ci cova.

robydick ha detto...

cominciavo ad ergermi e... è finito :(
continuare PLISSSS !!!

marco ha detto...

prendo appunti.
se mai mi capiterà di scopare con ragazza su sedia ginecologica ricordarsi portare cassetta della frutta.

ma non fanno le sedie ginecologiche che si possono abbassare?

attendo il seguito del racconto.

cari saluti :-)

Kameo ha detto...

Un racconto intrigante ... continua Mod

Colei che... ha detto...

Mi accodo agli altri... non lasciarci troppo sulle spine! ;)

listener ha detto...

Un po' di romanticismo più del necessario, sa più di "morgue" che di obitorio. Ma mantiene una certa crudezza di fondo impeccabile. Avvolgente.

Pupottina ha detto...

molto particolare questo racconto!!!
buona serata ^__________^

Baol ha detto...

De Andrè con la morte di una prostituta ci ha tirato fuori uno dei suoi capolavori...però anche tu non scherzi eh, mi ricordi i racconti di Scerbanenco...

modesty ha detto...

merda! ora mi devo cercare sto "Scerbanenco" che non ho mai sentito nominare in vita mia! mi chiedo se è grave.....

tutti gli altri) grazie, non avete il potere di abbassare la mia febbre ma siete la mia terapia anti-noia-mortale-cado-in-depressione!

love, mod