to you, Doc!
20.6.08
18.6.08
Cattiva ma deficiente contro cattiva e intelligente – seconda parte della nuova saga “la mod va in ufficio”
oggi vado a pranzo con delle colleghe che, come me, hanno iniziato da poco a lavorare. siamo in quattro. una classica ragazza italiana “alla moda ma non scema”, una che ha studiato scienze naturali e per qualche giro strano è finita lì dove siamo ora (capelli lunghissimi, dolce, allegra, non timida...insomma un pensierino ci farei!) e una giovinotta di 23 anni che non smette di palare a voce alta senza tregua esprimendo giudizi imbarazzanti sui colleghi e la vita in generale. mentre cerco di avere pazienza (sono estroversa anche io – e sono stata giovane anche io....tanto tempo fa) sento però che mi sta andando di traverso il mio club sandwich buonissimo. decido che è meglio ucciderla subito ‘sta qua, se no ci rovina la digestione. segue dialogo:
lei: “qua-ua-qua-bla-bla-bla-blub-blub-blub-di-di-di-du-du-du-blblablablabablaaaaaaaaaaaaa....”
io: “senti cocca, te mi fai venire la voglia di prenderti come un gatto che dal veterinario deve fare la cura anti-vermi, hai presente...?”
lei:”non ho capitoooooooooo....ahahahahahahahah...”
(Le altre due trattengono a stento la risata)
io: “gioia, te la spiego meglio....guardami le labbra.....se non abbassi la voce e la smetti di dire cazzate alla prima occasione ti vengo a cercare e ti lavo la bocca col sapone...ora hai capito....fai sì con la testa.”
lei:”ahahahahahahaha......(poi seria di botto).....ma in ufficio mi adorano tuttiiiiiiiiii....perchè fai cosiiiiiiiiiii..........(rivolta alle altre) ma guardate che il problema ce l’ho solo con leiiiiiiii.....”
io: “senti, finisci il panino, va, che è meglio”
ammutolisce.
e noi altre finiamo il pranzo, ma l’atmosfera è andata, ovviamente.
le altre due sono in imbarazzo e lo capisco.
alzandoci dopo il caffè mi accorgo che al tavolo dietro di me c’era la direttrice del personale, la segretaria del direttore generale e altri due che sembrano funzionari.....
dopo mezz’ora che sono tornata alla mia scrivania mi chiama proprio la direttrice del personale pregandomi di venire da lei.
ecco. sono fottuta, penso, mai che riesca a trattenermi.
invece:
“senti, volevo dirti, che ti siamo molto grati per la tua azione “punitiva” - strizzata d’occhio - . non è la prima volta che la signorina fa cosi e prenderemo anche noi le misure del caso....ti posso offrire un caffè?”
conclusioni:
ci sono quelle cattive ma cretine e quelle cattive ma intelligenti – e le puoi riconoscere facilmente.
quelle cretine non sempre fanno strada – grazie a Dio.
magari neanche quelle intelligenti (perché nel mare dell’idiozia magari è facile scomparire), ma almeno ci riconosciamo fra di noi.
mi è tornata la voglia di corcare qualcuno. mi faccio paura da sola: io quella cretina la volevo menar lì-lì sul posto e la cosa m’ha eccitata non poco.
everything brings me to the “desire”
....to be continued!
11.6.08
I am not your fuckin' secretary

tempo pieno.
otto ore.
colleghi giovani.
carini.
in apparenza.
in realtà sotto la superficie
l’atmosfera è bollente.
quelli che ti provocano per essere cazziati
(per la maggioranza maschi alla ricerca della femmina rigorosa)
quelli che fanno più di tutti gli altri e dopo vengono (pare con reciproca soddisfazione) sgridati dal capo per una piccolissima cosa dimenticata
(femmina servizievole in cerca di maschio autoritario e mai soddisfatto)
quelli che nella vita le prendono e basta, ma quando gli arriva la classica goccia che fa traboccare il loro vaso diventano dei guerrieri, anzi delle guerriere che non fanno prigionieri.
(nessuna differenza tra i sessi – ed è bellissimo vedere la classica pecorella sacrificale diventare il cane che ringhia alla mandria!)
e poi ci sono io.
primo giorno.
sono gentile con tutti. sto alle battute, ma rifiuto il tu – non è nelle mie corde, il tu va guadagnato, questione di educazione – scombussolando l’equilibrio psicofisico di alcuni/e.
secondo giorno.
imparo come funziona l’ufficio, facendo tutti i lavori che nessuno vuole fare (l’archivio, fare scatoloni per traslocare l’ufficio fra un mese, cercare fascicoli misteriosamente spariti ecc.)
terzo giorno.
sotto la giacca indosso maglietta bianca con foto del film “Secretary” con scritta in 4 lingue “non sono la tua fottuta sub-segretaria” – mormorii, sguardi, risatine e qualche strizzata d’occhio di gente che decido di conoscere meglio.
ieri.
arrivato finalmente mio computer (con indicazioni severissime sull’uso per cose personali e la salvaguardia dei dati a me affidati), telefono, articoli da cancelleria (compilando apposito modulo in duplice coppia e predicozzo sul non-spreco e non-rubare da vecchia megera con occhio di vetro e senso del humour deliziosamente caustico). quando torno dopo la pausa pranzo vedo giovane collega tutto preso dal mettersi sempre al centro dell’attenzione di tutti seduto al mio posto che naviga tranquillamente in rete dicendomi che tanto la mia password era quella di tutti del primo giorno e che solo domani avrei cambiato con una di mia scelta. Lo guardo solamente. Il giovanotto (vedi anche il primo esempio della lista “quelli che” di cui sopra) si alza mormorando un “Scusi, Signora”
oggi.
porto paio di manette originali della polizia di stato del Texas, un regalo di un amico poliziotto che ha passato la stessa valle di lacrime nella quale ho nuotato io (Thanks Jimmy!). insomma acciaio luccicante e indistruttibile con chiavetta tenuta da parte. li appendo accanto allo schermo del mio PC con accanto la scritta “per provarli tu prova a toccare le mie cose”. e qui il “tu” ci sta!
E’ bello stare in mezzo alla gente.
E chi dice che il s/m è solo di alcuni svitati non ha capito un cazzo della vita!
Mod happy (sì, Andrea, dico davvero!) :-)
1.6.08
I wanna hit something...
....hit this!!!
sally field si dispera per la morte di sua figlia (julia roberts - brava in questo film!). urla la sua tutta la sua rabbia e impotenza di fronte all'ingiustizia della vita.
urla "voglio picchiare su qualcosa...qualcuno" allora olimpia dukakis prende shirley maclaine rudemente e la spinge verso sally "picchia questo".... le dice e prima sally e poi tutti scoppiano in una risata liberatoria!
one of my favourite movies!
31.5.08
la morte e la vita
la aspetto da troppo
e alle volte mi sembra davvero
che Dio mi stia pigliando per il culo,
o peggio,
si sia dimenticato di me
e fa passare avanti gli altri...
quelli che mi sembra impossibile viverci senza.
quelli che mi sostengono e amano senza condizione alcuna.
quelli che ci sono e non se ne fregano.
quelli che sono la mia gente.
la morte mi rende infinitamente piccola e indifesa.
e non mi abituo neanche alle sorprese belle che alle volte ti può fare la vita.
quelle non me li aspetto mai e quando arrivano
quasi non oso gioirne,
per paura
che me li stia solo immaginando.
tante volte credevo che fosse l'amicizia, il successo, la salute, la felicità
e non durava mai tanto il "momentum".
insomma tristezza e felicità insieme.
come si fa?
piangere e ridere insieme.
come si fa?
morte e vita sembrano consolarsi a vicenda,
usando me come pedina nel loro gioco.
ecchecazzo!
love, mod
15.5.08
q.v.d.?
Quale la cosa da dirmi, per farmi traboccare in ogni senso?
Quali sono le persone che mi fanno sopravvivere -
e quali le persone che invece mi fanno venire un nodo alla bocca dello stomaco?
Quale il libro da leggere?
Quale il blog da aprire ogni mattina, mentre bevo il caffè?
E quale cazzo di musica è da ascoltare?
E, soprattutto, perché?
Mio fratello mi viene a trovare. Un fuori programma. Mi regala nuovo collare. Dà scosse elettriche. È per cani che scappano (molto ben scelto!). Il gioco è semplice: rincorrersi in città,vestiti da fuori legge, prendendo io la scossa da lui ogni volta che qualche spettatore ignaro si ferma e ci osserva, recitando la parte della donna preda. Vedere gli sguardi increduli, eccitati e smarriti della gente ci fa sballare. L'ingrediente fondamentale è di ambientare il gioco più possibile nella realtà, cioè cerchiamo sembre di creare una situazione in cui non tutto è sotto il nostro controllo. Sicurezza? Sempre! Ripettitività? Da evitare! Il glossario del nostro gioco è brevissimo. Contiene meno di dieci comandi/parole/frasi. “Cammina”, mi dice lui. E io trabocco letteralmente. Mio fratello appare cosi, senza preavviso. Quando entra in casa e mi abbraccia sono felice e sento che ho ricevuto un altro po’ di tempo da vivere.
Ci sono invece delle persone che fanno un’altro tipo di gioco. Non serve tanto a divertirsi, ma piuttosto a manipolare e dividere per rinforzare quello che credono il proprio potere. Ti ignorano, poi ti lusingano, poi ti prendono in giro, poi ti regalano cose e poi non ti conoscono. I never found "tease and deny" a very intelligent game. E siccome non capisco quel tipo di gioco, mi viene quel nodo alla bocca dello stomaco. Per una frazione di tempo mi sento non all’altezza, ma poi, grazie a Dio, torno in me. Capisco che il trucco sta proprio nell’agire in maniera tale che io mi chieda “perché” – dietro c’è il nulla. Fanculo a loro!
“Six Pack”, mi dicono, è un libro da leggere. Lo scrive uno di Milano che inventa le sorprese deficienti che si trovano nelle merendine. Si chiama Gianni – che nome banale. Ma come fetish sceglie i suoi addominali, Iggy e la necessità di una scopata ogni 15 giorni. Quindi cattura la mia curiosità. Vedremo se ha davvero qualcosa da dire o se è come Iggy quando non è a dorso nudo.
La musica. Difficile. Non ascolto nulla. Ma provo a cantare. Mi trovo penosa, però M., una checca (sempre a me!) inglese di 60 anni che ha deciso di suonare insieme a me, ha detto che non “ha mai sentito le solite vecchie storie raccontate come lo faccio io” – Look out Lotte Lenya!
mi capita tutto questo senza il solito "drama of life itsself" - quindi mi sembra tutto molto più banale. Sto bene. Sono serena. Non ho niente di travolgente da dire.
Love, mod
...oh, il primo blog che apro la mattina è quello di "geriatric" su youtube. I love that man.
7.5.08
Trilogy - vol. 3 - nude, blood, blade - not happy but perfect end
il music doc ha detto che il pezzo mio ultimo faceva schifo e che devo scrivere solo quando sono in vena. e ha ragione. quindi lascio fare a viggo.
enjoy!
Trilogy - vol. 2
non è un happy end.
ma un happy intermezzo, sì.
la serenità di "ti fidi di me? - Sì!" non non è la vera fine. quella non te la fan vedere mai nei film.
andrea, mi hai chiesto come fanno a convivere in me tutto quel sangue e la musica di Morricone. Al sangue mi ci hanno costretta, alla musica no. Insieme formano una specie di equilibrio in bilico.
Love, mod
4.5.08
TRILOGY - vol, 1

Il coltello era di quelli con la lama leggermente curva e lui, inaspettatamente esperto, aveva mirato dritto alla gola.
Solo un riflesso d’istinto atavico aveva salvato la donna dall’essere sgozzata.
La lama aveva tagliato la guancia, mancando di pochissimo l’unico occhio della donna e finendo la sua linea rossa nel labbro inferiore.
Aveva speso troppo per prenderlo. Ansimava a bocca aperta.
Un rivolo di saliva e sangue le filava dalla bocca, colandole sul petto sudato.
Sembrava che la facesse franca lui.
L’occhio della donna sbarrato per la fatica, due fessure gli occhi del ragazzo.
Scuro di pelle. Fianchi stretti. Un petto da fanciullo.
Quell’aria da ragazzo le aveva fatto abbassare la guardia. Lo aveva guardato ammirato. Ultimamente le capitava di guardarli prima di uccidere.
E lui aveva approfittato istintivamente di quel momento.
Lo aveva rincorso a lungo nei vicoli stretti e ora era lì, malferma sulle gambe. Ancora era in piedi. La vista leggermente annebbiata ma con tutti i sensi all’erta. Fili di capelli neri bagnati di sudore e sporchi di polvere rigavano il viso insanguinato. Lui, a 10 passi da lei, sembrava incerto sul da farsi. Scappare? Sicuramente quella donna cosi strana non avrebbe concesso una seconda occasione, con quella benda sull’occhio che le dava un che di piratesco e l’occhio di un nero profondo che prometteva di mantenere quel che diceva lo sguardo ora affaticato ma indifferente al proprio destino. Meglio finirla. Perché lei, se ora lui fosse scappato, avrebbe continuato a darle la caccia.
Al ragazzo, mentre si avvicinava con cautela, si rizzavano i peli sulla nuca. Aveva ucciso la prima volta a sei anni. Insieme ad altri cinque compagni di schiavitù aveva ammazzato a sassate un padrone sadico che non solo aveva fatto faticare lui e i suoi compagni sotto un sole cuocente, ma aveva abusato di loro ogni notte, lacerando e facendo sanguinare le loro giovani carni. Una notte aveva lanciato il primo sasso e i suoi compagni lo avevano aiutato a finire il vecchio Alì, rispettandolo da lì in poi come loro capo.
La vecchia che vendeva il pane al suk della città e che ogni tanto regalava a lui e gli altri il pane rimasto alla fine di una giornata, un giorno gli aveva preso il mento con la mano e con lo sguardo triste aveva previsto che avrebbe ancora ucciso. Non per odio, ma perché gli veniva facile. E quella profezia si era rivelata vera. Ora, a vent’anni appena compiuti, aveva ucciso altre decine di volte. Per la libertà, gli dicevano. Lui sapeva, che non c’era nessun motivo nobile, lo faceva soltanto perché gli veniva facile e perché fino ad oggi l’aveva fatta franca.
Uno dei due sarebbe morto. E questa volta, anche se la donna sembrava disorientata e esausta, poteva essere lui.
Con il piede nudo il ragazzo calciò sabbia e polvere nella direzione della donna, per vedere se reagiva. E la donna cadde in ginocchio con un lamento, cadendo con le mani in avanti. Ora la saliva mescolata al sangue che le uscì dalla bocca disegnò lo sfinimento nella sabbia.
“Come ti chiami ragazzo?” La voce della donna era tranquilla.
“Mi chiamo Amir.”
Lentamente la donna alzò la testa. L’unico occhio era arrossato e lacrimava.
“Se non vuoi morire, Amir, è meglio che tu ti muova ora. Sei in tempo. Non sarò in grado di seguirti ancora per un bel po’.”
“Ma tu smetterai di cercarmi?”
“Lo sai che non posso, ragazzo.”
“Ma io non so niente, non sono nessuno”
“Stronzate. Tu e il tuo gruppo siete responsabili degli ultimi due attentati nella zona verde di Baghdad. E loro hanno deciso che è ora di fermarvi.”
La risata di Amir era amara e sprezzante.
“Ma se fino ad ora a quelli lì faceva comodo che noi ammazzavamo la loro gente. Cosi la guerra continua e loro guadagnano milioni di dollari ogni giorno.”
“Lo so.”
“Lasciami andare, donna:”
“Non posso.”
La donna si drizzò sulle ginocchia. Le mani lungo i fianchi.
“Allora ti ammazzo.”
Amir ora è arrabbiato. Non vorrebbe ammazzarla questa. In un certo senso la rispetta. Capisce che lei non ha scelta. Sta facendo solo il suo lavoro e non sembra troppo felice di farlo. Lui cerca di girarle alle spalle, ma la donna si lascia cadere ancora sulle mani e con una gamba stesa fa cadere Amir. Gli entra della polvere negli occhi. Ora si difende alla cieca. Non vede quasi niente. La paura arriva come un pugno. Come ha potuto pensare di vincerla. Il suo istinto l’aveva messo in guardia, ma lui aveva preso la decisione sbagliata. Un calcio fortissimo, dato di tallone, gli arriva sul plesso solare. Mentre tutto diventa buio intorno a lui, sente lei che dice “Mi spiace ragazzo, non ho la forza per lottare con te. Faremo una cosa veloce.”
Il ragazzo è nudo.
Due corde che dai suo polsi vanno intorno a due pali di cemento lo tengono nella posizione del crocifisso.
Il corpo ha assunto una posizione naturale, quasi elegante.
Con la mente sgombra si chiede come lo farà morire.
Non ha paura del dolore. Il dolore è suo amico da quando è un bambino.
Non lo può dire lui alla donna, deve scoprirlo da sé.
Il ragazzo è lucido.
La donna gli sorride, estrae due lame d’assalto dai foderi che porta legati alle cosce e dice “Se mi dici quello che voglio sapere non ti faccio male. Ti uccido e basta.”
Il ragazzo le sputa in faccia.
“Bene. Sei coraggioso. Dimmi Amir, non hai paura perché non hai mai provato vero dolore o perché ne hai provato troppo?”
Il ragazzo tira un calcio. Ora è arrabbiato. E la rabbia lo rende goffo.
Per un secondo perde l’equilibrio, se non fosse legato per i polsi cadrebbe all’indietro.
Dalla bocca della donna un verso eccitato. Fa un movimento veloce, buttandosi in avanti, e pianta i suoi due coltelli nei piedi del ragazzo. Un urlo solo. Poi silenzio. Ora Amir non può più muoversi, difendersi, lottare. Il viso del giovane mostra più sorpresa che sofferenza. Si aspettava una sottile tortura e non una mossa cosi rozza ma definitiva.
“Direi che siamo pronti per fare due chiacchiere, che ne dici?”
“Non….so…..niente. Lo giuro.”
“Amir, Amir…quando e dove? E cosi semplice.”
30.4.08
29.4.08
about sex in the kindergarden, cutting and honesty
...solo in inglese putroppo.
a parte le sue preferenze, adoro la risata di questa ragazza!
25.4.08
22.4.08
KILLER SISTER - di Lara_ e modesty
Scegliere Lei ed il suo sguardo azzurro e tagliente come una lama affilata. E di siglare il patto di sangue: S.K.
L'adrenalina della paura e dell'attesa le bruciava nelle vene. L'attesa di Lei.
Fin troppo facile adescare i maschi per invitarli a giocare tra loro due.
Ormai nessun brivido, quando insieme usavano le parole. Ricordava la sera prima: le risate, la torta alle noci , la lingua morbida di lei nell’incavo tra il suo collo ed il seno. Quasi dimenticava l’imbecille di turno nelle loro mani: la finestra di chat, poche battute con il tizio che sicuramente aveva già il cazzo fuori dalla patta, la capacità di raziocinio azzerata dall’elevazione. Vittima predestinata. Era cosi facile! Come ratti, seguivano il richiamo che prometteva il paradiso perduto.
Decise di entrare. Era intirizzita.
Seduta al bar sorseggiava un drink chiacchierando con il barman. Lo sguardo si posava sulle persone presenti nel locale con un’attenzione quasi pigra. Avvolta in un abito da sera rosso sangue, aderente,una profonda scollatura che le scopriva la schiena, col davanti severamente chiuso fino ad avvolgerne il lungo collo. Un solo bracciale al di sopra del gomito sinistro metteva in risalto i muscoli definiti ma femminili. Non portava altri gioielli e le unghie delle mani forti e ben modellate erano corte e senza smalto.
Era stata all’Opera con l’unico amico vero che avevano in comune: Il Dottore. Con la melodia che ancora le rimbalzava nella mente ed il volto illuminato dal piacere ricavato poco prima dalle note di Mozart, rievocava quei giorni a Venezia con lei…
Le donne nel locale la osservavano con discrezione, gli uomini apertamente. Non sembrava notarlo. Indossava la sua bellezza con indifferente distacco.
Aspettava impaziente la socia, che era in ritardo.
Non che fosse realmente preoccupata ma cominciava a chiedersi se fosse andato storto qualcosa. Tirava fuori il cellulare dalla borsetta quando Lei entrò.
Alta, i capelli biondi cortissimi, avvolta in morbida pelle nera, gli occhi truccati pesantemente di scuro, col mascara sciolto come dopo un pianto o una fatica fisica. Un graffio insanguinato le sfiorava il labbro superiore dando tensione al volto. Si avvicinò al banco,un breve dialogo a voce bassa tra e due, poi un bacio sulla bocca che lasciò senza respiro quelli che osservarono la scena.
La mora ordinò premurosamente un caffè doppio alla compagna bionda.
“Hai avuto problemi?”
“Non voleva morire il bastardo, ho dovuto usare il coltello, alla fine, e temo di aver lasciato tracce sulla scena. Avevo i guanti, sono stata attenta, ma cazzo, era proprio un figlio di puttana. Aveva ragione Marina quando mi ha messo in guardia”
“Avevo ragione io a chiederle il doppio per questo qui. Ma dimmi, gli hai spiegato bene il perché?”
“Sì, ma non ha capito un cazzo neanche quando ha collegato i nomi: ormai era isterico ed in totale panico. Non capisco, hanno tutti paura di me quando è tardi. Accidenti!”.
“Idioti” sospirò la mora con un sorriso che non sfiorava gli occhi.
La bionda mandò giù il caffè bollente con un lamento: il taglio sulla bocca bruciava. La compagna le prese il viso con una mano e baciò delicatamente la ferita.
“Del prossimo ci occuperemo insieme. E’ troppo pericoloso da sole. E poi voglio vederti quando sei in azione e voglio che tu veda me”, disse la mora. Ordinò altro caffè e accese due sigarette: non badavano agli sguardi ammirati, avidi e curiosi che avevano puntati addosso.
D’ improvviso la mano della bionda Andrea si insinuò tra le cosce dell’amica, oltre l’orlo rosso del vestito, per ritrarla subito dopo. Un gesto repentino e veloce di cui nessuno s’accorse. Matilda avvertì la consistenza morbida e liscia di un piccolo oggetto. Si fissarono negli occhi e sorrisero: quelle piccole imprevedibili reciproche sorprese…
Un brivido di piacere, carico di aspettativa, percorse la schiena di Matilda. Senza staccare lo sguardo dagli occhi dell’amica, si carezzò la gamba risalendo oltre l’orlo, fino a raggiungere l’oggetto, che al tatto avvertiva di forma sferica, morbida e cedevole. Chinò il capo per osservarlo: un sacchetto di cuoio scuro rinchiuso da un laccetto.
“Aprilo”, la incitò Andrea con voce leggermente rauca.
Sollevò il sacchetto, lo dischiuse e ne rovesciò il contenuto sul bancone lucido del bar.
All’apparenza un altro sacchetto, come in un gioco di matrioske, stesso color cuoio, leggermente più piccolo e raggrinzito. Ne osservò meglio la forma, ne saggiò la consistenza e capì. Un impeto d’amore e di ancestrale timore per la perversa e perfida amica la fece rabbrividire.
“Sei pazza… no, sei incredibile. Sono io pazza ad assecondarti”, Matilda, dall’eccitazione, non riuscì a rimanere impassibile.
La bionda, quasi maschile nella sua gestualità, se non fosse per le curve morbide e quella bocca da mordere, le sorrise con dolcezza e poi, rivolta al barman,: “Due vodka, bellezza. Non fredde”
“Subito Signore, faccio in un attimo. Che belle che siete sta sera”
“Dai, Antonio, non stasera, ho ancora voglia ma non quella che piacerebbe a te”
Il barman avvampò e abbassò gli occhi. Con quelle due non si poteva mai sapere. Gli avevano donato momenti incredibili ma anche attimi di vera paura, come ora. Una frase detta cosi, con calma, senza enfasi, eppure lui si sentiva mancare.
I due bicchieri di vodka erano sul banco e le due si sorridevano.
Andrea prese la piccola pallina morbida tra due dita e, pensierosa, disse alla compagna:
“Davvero, Matilda, non sapevo che si potessero mangiare i testicoli di un uomo. Li ho sbollentati in acqua e aceto, un’ aggiustatina di sale e non ho resistito ad assaggiarne uno. Ora tocca a te. Brindiamo.”
Matilda infilò la piccola pallina in bocca, afferrò il bicchiere di vodka e mandò giù il tutto in un colpo solo. “Brindo alle nostre vittorie: A morte gli idioti!” “A morte”, rispose Andrea. Si baciarono.
Mattino.
Camera da letto. Finestra spalancata. Freddo umido di novembre. Andrea è nuda e guarda fuori, non sembra avvertire il freddo.
Matilda è a letto. Anche lei nuda. Dorme. Il viso è rilassato. Sembra cosi giovane ora. Lei, sempre preoccupata che l’amica possa finire in qualche guaio.
Andrea la ama tanto quando è cosi arresa ai suoi sguardi. Le si avvicina piano.
Con tenerezza la bacia. Lei si rannicchia, si stira e lentamente si sveglia. Guarda Andrea e si tira su di scatto.
“Va tutto bene… ssssshh”, la fa sdraiare nuovamente con dolce determinazione. “Brrr”, che freddo, dai fammi spazio”, e s’infila sotto la trapunta. Si riaddormentano di nuovo. Abbracciate una all’altra. Al sicuro.
Ora di pranzo,stesso giorno.
Tre donne sedute al tavolo di un ristorante nel centro di Roma.
Matilda elegante in un tailleur grigio chiaro, le gambe stupende esaltate da un paio di Jimmy Choos con tacco altissimo. Pochi gioielli ed i capelli raccolti a chignon ne sottolineano l’aspetto professionale. Andrea in Jeans maglietta ed anfibi neri, sulla sedia accanto un giubbotto da motociclista. I capelli biondi cortissimi e il viso senza trucco le donano un aspetto da monella. La terza donna: la classica Signora dell’ alta borghesia romana. Vestita in maniera appariscente, gioielli ed occhiali da sole costosissimi usati come fermacapelli.
Era nervosa.
“Tranquilla Manuela, mangia la tua carne che si raffredda. O non ti va? Beh, dalla a me, allora. La gradisco al sangue”. La bionda afferrò con una forchettata la carne dal piatto di Manuela, che la guardò intimidita.
Aveva sentito parlare della ferocia di questa ragazzona e non sapeva come comportarsi. Preferì gli occhi freddi e calmi di Matilda.
“Bisogna fare in fretta. Ha minacciato di dire tutto a mio marito, alla stampa, se non faccio quello che vuole. E’terribile”, piagnucolò sull’ orlo di una crisi di nervi.
“Cosa ti vorrebbe fare, tesoro?” Matilda era paziente, non aveva fretta.
“Dai, lo sai cosa vogliono, alla fine sono sempre uguali, dei porci, non è che gli interessa la sottomissione, il gioco, ma solo costringere e umiliare… Per favore, non farmelo dire”, supplicò Manuela paonazza in viso.
Andrea le si avvicinò al di sopra del tavolo e prese il mento della donna con la mano. “Cosi carina e cosi scema. Per forza poi dovete rivolgervi a noi. Tesoro, dobbiamo sapere esattamente cosa ti ha fatto e cosa vuole che tu faccia ancora per lui.”
Manuela avvampò ancora. “Non posso, mi vergogno.”
Matilda le sorrise con dolcezza, “è l’ultima volta che provi vergogna, te lo prometto.”
Manuela chiuse gli occhi, respirò a fondo ed esplose come un fiume in piena.
"Lo conobbi una sera in una chat. Attraversavo una fase di fragilità emotiva, mio marito mi tradiva, non avevamo più rapporti fisici, ero confusa e con la percezione del desiderio di sperimentare forti emozioni.
Mi individuò immediatamente: ero la classica vittima per sciacalli.
Desideravo una guida, un'ancora a cui aggrapparmi, se non altro per fare chiarezza dentro me. Alla fine ci sono caduta per colpa mia: ero io che idealizzavo e riversavo i miei desideri su di lui.
Andrea la interruppe bruscamente:" Non devi giustificarti. A noi interessano i fatti. Avevi voglia e te ne sei trovato uno. Vieni al dunque."
"Ok". Le tremavano le mani per lo sforzo di controllarsi.
"Mi ha ripetutamente violentata forzandomi la vagina e l’ano con una mano e con una bottiglia di grosse dimensioni procurandomi danni permanenti. Mi ha costretta all'umiliazione di cercare altre donne come schiave, nascondendo dietro la parvenza della sottomissione lo squallore totale. "Ordinava" cose, tipo recarmi al lavoro con un dildo in vagina ed un altro nell'ano, insensibile alle difficoltà che comporta unire il quotidiano al gioco SM. Una volta, prima di un incontro prestabilito, mi impose di inserire un bigodino nella vulva, di quelli con le punte ben evidenti verso l'esterno. Replicai che mi sarei fatta male. Minacciò di non venire all'appuntamento e di non farsi sentire mai più. Quell'assurdità mi lacerò e ne porto ancora le cicatrici.
Non possedevo il suo numero di cellulare: chiamava lui e sempre con numero nascosto, incurante della mia vita privata. Quando gli chiesi un recapito, mi diede della cretina che non aveva compreso nulla dell'essere schiava.
Praticamente un frustrato che usava le persone per assecondare i suoi bassi istinti.
Non c’era consensualità ma ero innamorata, o almeno cosi credevo. Per avere la sua attenzione mi facevo fustigare fino a svenire: era il suo modo meschino di picchiarmi. Mi ha lesionato alcuni nervi e ne porto le conseguenze.
Spesso corteggiava e blandiva altre donne, umiliandomi con complimenti esagerati rivolti a queste. Una volta si accordò per un appuntamento con una ragazza che giocava a fare la mistress, in mia presenza!
Gli chiesi spiegazioni. Rispose che, in quanto master, faceva ciò che gli pareva senza dovermi rendere conto di nulla, visto che non mi aveva promesso nulla. Uno "schiaffo" salutare, per me, in un certo senso, perchè all'improvviso fu come se lo vedessi per la prima volta per quello che era: un miserabile violento. Gli comunicai che il nostro rapporto si concludeva lì.
Mi telefonò sommergendomi di rabbia, insulti e minacce: ‘se non ti comporti come dico, tuo marito saprà tutto. Non dimenticare che possiedo una documentazione più eloquente di mille parole. Dimentichi le foto in mio possesso, cara la mia sgualdrina da due soldi. Ce n'è per tutti i gusti, comprese quelle in cui ti fai inculare dal nero per mio ordine.’ Intanto rideva sguaiato.”
A quel punto Manuela scoppiò in un pianto senza ritegno.
“Calmati ora. E’ finita, ci penseremo noi. Faremo le riprese, cosi dopo vedrai con i tuoi occhi. Hai portato i soldi?” Matilda le porse un fazzoletto di finissimo lino.
Andrea era pallida, la bocca morbida ridotta ad una fessura, gli occhi, che di solito erano di un azzurro limpidissimo, erano ora quasi neri di rabbia.
“Cazzo, quanto gli faremo male a quello. Al Signor Sottosegretario buco di culo, gli faremo una bella sorpresa.”
“Ssshhhhh, Andrea, parla piano,ti supplico” bisbigliò Manuela. “Perché,” disse Andrea a voce alta, “qualcuno sta ascoltando i nostri discorsi?” Ruttò forte.
Nel ristorante ripresero i rumori dei commensali e dei camerieri. Tutti apparentemente ignari delle tre donne.
Matilda sorrise divertita: Andrea era irresistibile nel ruolo della ragazzaccia maleducata e volgare. Funzionava sempre come deterrente per la curiosità della gente. Nessuno, salvo lei, sapeva che in realtà era una farfalla delicata e dolcissima.
“Allora, i soldi? Ce li hai?”. “Sì, sì, 50.000 Euro in contanti.” Si era calmata. Matilda tirò a sé la valigetta.
Manuela osservò le due amiche con speranza e soggezione. In che casino si era cacciata? Aveva fatto bene a contattarle? Il nome delle SISTER KILLER circolava da un pezzo nell’ ambiente, ma lei non aveva creduto alle storie che si raccontavano sul loro conto. Ora, dopo averle viste, ci credeva, eccome! Ed in un certo senso si sentì protetta. I proprietari del sito s/m, dove il suo supplizio ebbe inizio, l’avevano ben consigliata con un numero di telefono ed istruzioni inviate tramite mail che si auto-distruggeva dopo la lettura.
Marina ed Herrmann si sentivano responsabili di tutto ciò che avveniva nel loro mondo virtuale, mentre Andrea e Matilde “gestivano” gli sviluppi delle, alle volte, inevitabili conseguenze reali: una collaborazione in perfetta sintonia.
Sabato notte.
Un dungeon arredato con gusto. Un uomo nudo inginocchiato in una bacinella piena di acqua e ghiaccio. Bendato e legato aveva provato a dimenarsi, ma immediatamente rinunciò: uno schiaffo violentissimo sulla nuca gli fece capire che era meglio aspettare un’altra occasione. La ragazza strinse i nodi più stretti. Ancora non era spaventato: si notava dal suo cazzo ben eretto. Ancora non intuiva l’epilogo di quell’incontro. Ancora curioso di scoprire cosa avesse in serbo per lui la fantastica Matilda. Era da tempo che la desiderava, ma la donna non lo aveva mai neanche notato. Poi, di colpo, una mail con le indicazioni dell’ora e del luogo dell’appuntamento, e si era precipitato. Ancora si credeva irresistibile e potente, nonostante la posizione, anche se il cambio di ruolo preteso da Matilda lo inquietava vagamente. Gli era stato proposto un gioco “prima-io-a-te-poi-tu-a-me” e quel poi-tu-a-me” gli aveva fatto dimenticare tutte le cautele che di solito rispettava scrupolosamente. L’idea di poter fare sanguinare la bellissima e arrogante Matilda lo eccitava in maniera quasi insopportabile. Gliel’avrebbe fatta vedere lui a quella troia…
Ma poi il primo brivido lo aveva scosso quando una ragazza altissima, vestita in latex nero e luccicante, a piedi nudi, aveva aperto la porta e, senza sorridere, lo aveva fatto accomodare.
“Spogliati e stai fermo in piedi che arrivo”, ed era sparita. Quando rientrò, l’uomo era già nudo. Ora, a parte un paio di stivali tacchi alti e punte in acciaio lunghi fin oltre il ginocchio, lo era anche la bionda. Nuda! La guardò affascinato. “Vieni qui e inginocchiati”, disse la ragazza indicando una catinella colma d’acqua e ghiaccio. ”E non farmi perdere tempo, cazzone”. Con inaspettata forza e velocità era stato sopraffatto. Aveva tentato di ribellarsi, che non erano questi gli accordi, ma, come unica risposta, ricevette quel violentissimo schiaffo sulla nuca che l’aveva fatto cadere. “Stai zitto, coglione!”
Ora la ragazza era seduta su uno sgabello. Le ginocchia aperte. I gomiti sulle cosce, giocherellava con un enorme coltello da caccia. Il sesso col pelo biondo cortissimo incantava l’uomo che non riusciva a distogliere lo sguardo.
Avvertì un soffio di aria sulla schiena ed una porta che si chiuse piano alle sue spalle. Tacchi sul pavimento e un profumo che conosceva bene. Un dolore breve quando una mano gli strappò via il nastro adesivo dalla bocca.
“Matilda, chi è questa stronza? Eravamo d‘accordo che saremmo rimasti in due. Dai slegami, non sento più le gambe.” L’uomo era senza fiato e parecchio seccato.
“Tesoro, l’importante è che tu percepisca il resto del corpo, perché è di quello che mi prenderò cura stanotte. Per quanto concerne il nostro patto, caro, ti ho mentito. Manuela mi ha riferito di quanto tu ritenga le donne tutte puttane e bugiarde. Pare tu sia un intenditore di donne…” E sorrise perfidamente.
Carezzandogli i capelli si mise in posa davanti all’uomo incredulo.
Matilda sorrise divertita: strizzata in un bustino di pelle, guanti fin sopra i gomiti, stivali con tacco a spillo, il sesso perfettamente rasato , i capelli avvolti in ciocche su bigodini scintillanti. “Visto? Mi sono fatta bella per te.”
Passò le dita tra le labbra del suo sesso gonfio e liscio e poi le ficcò con decisione in bocca al sottosegretario.”Toh, succhia!”
“Ma che cazzo fai”, urlò l’uomo con rabbia mista ai primi sentori di paura. La ragazza bionda si alzò con calma e si avvicinò. Lo afferrò per i capelli e lo trasse in piedi di peso. “Dai, imbecille, ora fai il bravo e gioca con Matilda!”
Lo trascinò verso un cavalletto coperto da un grande cuscino di cuoio e ve lo scaraventò a pancia in giù. Ormai consapevole che quella sera non avrebbe comandato un bel niente,cercò di divincolarsi dalla presa ferrea della bionda: “Stai calmo, altrimenti farà ancora più male.”
Matilda parlava con dolcezza: “Manuela ci ha pregati di farti provare i bigodini.” E sorrise. L’uomo si sentì ungere lo sfintere in profondità da dita decise e sbrigative. “Dai, vi prego ragazze, no. Chiederò scusa. Non le darò mai più fastidio. Lo giuro.” L’affondo doloroso della mano. Un urlo.
“Sei pronta con la videocamera, amore?”. “Pronta, dolcezza.” Andrea era piazzata davanti all’uomo, accovacciata sui acchi altissimi per riprendere ogni movimento sul viso di lui.
Matilda, giocosamente, svolse il primo bigodino, lasciando cadere giù una morbida ciocca dei suoi lunghi capelli. “E dove lo infilo questo, ora?” sorrise maliziosa.
Sparì dalla vista dell’uomo. Un’esplosione di dolore lo fece urlare come un ossesso: Matilda gli aveva spinto con forza il primo bigodino nel culo. “Conta a voce alta tesoro. Quanti riuscirai a prenderne prima di morire dissanguato?” Urla laceranti dell’uomo furono l’unica risposta.
Andrea riprendeva il volto dell’uomo devastato dal dolore e dalla paura. La primitiva rabbia, l’incredulità, si erano trasformate in pura sofferenza. Ora piangeva, singhiozzava e sanguinava. Andrea era eccitatissima.
“Matilda…facciamo all’amore”
“Aspetta, almeno 5 glieli devo ficcare dentro, cosi intanto avrà da meditare!”
Andrea: “Dai, conta, idiota, che ci fai solo perdere tempo”
L’uomo era ormai fuori di sé. Matilda ed il rapido movimento di spinta col braccio… L’uomo che si contorceva con gli occhi che parevano schizzargli fuori dalle orbite. Andrea seduta a gambe larghe per terra, lucida di sudore e umori…
“uhunoooooo……ddduhue……tr…..eeeeeeee”
“Ma che bravo il nostro sottosegretario. Se stai buono e zitto, dopo ti permetteremo di fare una cosuccia carina.”
Andrea posò la videocamera sul pavimento puntando il viso dell’uomo.
Le due donne si sdraiarono. Si baciarono e leccarono in preda ad un delirio furioso. E lui, che sentiva il sangue caldo e appiccicoso scorrere lungo le cosce, si ammutolì di fronte al magnifico culo di Matilda ed al volto della ragazza bionda contorto in uno spasmo di piacere.
“Aspetta amore,” sussurrò Matilda e si alzò per slegare l’uomo e trascinarlo, a quattro zampe, a completare il quadro, “Qui entra in scena il nostro eroe”. “Sei fortunato, stronzo, ora lecca bene!” L’uomo era eccitato nonostante il disorientamento provocato dalla sofferenza e dalle percezioni confuse dovute alla copiosa perdita di sangue.
Leccò tremante le natiche aperte di Matilda .“Non solo il buco, idiota. Leccami tutta. Se ti impegni, abbreviamo le tue sofferenze……Ooooohhh, ma che bravo!”
Il terzetto ondeggiava a ritmo animale finché le donne, con uno sguardo d’intesa, raggiunsero l’orgasmo. Lui neanche si accorse, mezzo morto come era, finché Andrea non lo spostò dal sedere di Matilda con un calcio nel fianco. “E levati porco, basta giocare!”
Senza fatica la ragazza lo tirò su e lo rimise in posizione sul cavalletto. Di nuovo legato all’attrezzo. Andrea, ormai sporca di sangue, porse la videocamera all’amica : “Dai, sbrighiamoci, ho fame e bisogno di una doccia bollente.”
“Ora voglio che guardi dritto nell’obiettivo dicendo forte e chiaro a Manuela che ti dispiace tanto tanto”. “Dillo!” L’urlo prolungato ed agghiacciante dell’uomo segnalò che Andrea aveva inserito il bigodino numero 4.
“Mi dis…piasce Ma..nuela, daaavvero mi dis…piac..e tan…isimo,” l’uomo esalò con un filo di voce, sputando sangue.
“Ce l’hai?” chiese Andrea.
“Eccome! Ora tocca a te”.
Slegò l’uomo inerme e quasi privo di sensi e lo rivoltò sulla schiena, fissandolo negli occhi.
“Ma guarda, sto porco ha ancora il cazzo duro.” Afferrò il grosso coltello e con un taglio rapido evirò l’uomo che rovesciò gli occhi e svenne. Gli infilò il pezzo di carne ancora caldo e gonfio in bocca e gli tagliò la gola. Il sangue sgorgò a fiotti dalla ferita e Andrea ammirò ipnotizzata lo spettacolo. Matilda le sfiorò il viso “Dai, piccola, andiamo via, rimetteremo a posto più tardi, vieni tesoro”.
Sera.
Marianne Faithful in sottofondo. Le due donne sdraiate, abbracciate su un grande divano. Entrambe si accarezzano pigramente con gli occhi chiusi.
Squilla il telefono e Matilda risponde languida “Pronto? Oh, ciao Herrmann...sì, tutto bene. Manuela sarà contenta, credo.”
Ride come una bambina che ha appena rubato la marmellata.
” Tutto filmato. Oh sì, un bel soggetto: è stato bravo”.
Andrea ridacchia.
“Sì, ottimo,sabato prossimo va benissimo. A che ora? Ok...non c’è problema...dille di chiamarmi...sì…la tariffa non è cambiata. Ciao.”
“Un’altro lavoretto, amore. Questa volta è una coppia di Firenze”. Stiracchiandosi come una gatta, bacia teneramente Andrea.
“Firenze? Bello, non abbiamo mai lavorato a Firenze. Ho un’idea: lì non c’è il Mosé di Michelangelo?” Matilda la guarda senza capire, ma poi un sorriso le illumina il volto. “Sei un’inguaribile romantica: io, tu,loro e il Mosè! Sarà il video più bello prodotto dalle Sister Killer.”
Si avvicina all’amica e le infila tra le labbra carnose il lampone rosso sangue preso dal vassoio colmo di frutta.
21.4.08
11.4.08
ANN BANNON - LESBO PULP - E MAX, IL PERVERTITO

