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14.6.10
trashfuck
non voglio altro che
immergermi nel mondo notturno per un po'.
osservare gli altri a
bere, desiderare, ridere, sudare, bramare, toccare, ballare.
finisce sempre cosi: ho la più buona di tutte le intenzioni
di smettere con le stronzate
e qualcuno che mi conosce appena un po' bene
mela fa passare subito.
voglio solo ascoltare un po' di musica che
mi vada bene con la roba che ho dentro da un paio di giorni.
detesto il trash di ogni genere.
perché mi fa ogni volta lo stesso effetto umido.
son due giorni che mi stordisco con filmetti da 4 soldi in cui donnette da 4 soldi con tette finte al silicone da 4 soldi e con un sorriso che promette che per 4 soldi non ti danno manco il resto.
dopo l'ennesimo esempio di altissima intellettualità carnale non ce la faccio più.
mi tiro su dal divano, una sistemata veloce, vestita come se dovessi recitare per un qualche stronzo fetishista di donne idiote con tette enormi.
(calarsi nel ruolo non è difficile quando c'hai la voglia).
trash.
il locale è uno di quelli che in città lo conosce solo la gente di un certo tipo.
qui si viene per trattare affari veloci e di poco valore. e non serve essere ne belli ne ricchi. qui basta offrire quel che si è disposti a dare. e si trova sempre qualcuno che lo vuole.
il banco del bar è segnato da anelli bagnati lasciati dai bicchieri, bricciole, tovaglionini usati.
Lucchino non è un barista modello - non gliene frega un cazzo della pulizia - ma è un barista che mette assieme le persone giuste.
quando arrivo mi guarda appena, sbiascicando qualcosa del tipo "è un po' che non ti vedo...dove cazzo sei stata?"
sbatto la mano aperta sul banco "dammi da bere. un bicchiere d'acqua và!"
mi guarda di traverso.
"ma vaffanculo!"
"dico sul serio, bello. è già un miracolo che sono arrivata qua. non posso bere roba."
"Te muori se bevi acqua....altro che storie..." e scuotendo la testa mi versa della minerale.
bevo tutto d'un fiato. che caldo ancora. mi guardo in giro. sono arrivata tardi a posta. dopo la mezzanotte di domenica qua trovi solo chi ha davvero necessità di qualcosa. è gente che non ti fa perdere tempo con delle trattative ipocrite. ai tavoli gente già sistemata a quanto pare. al banco due solitari ubriachi col blues addormentato o quasi. dal bagno esce una che sembra mortitia adams: capelli neri, tinti male, si vede un centimetro di ricrescita grigia, pelle bianca, occhi truccati pesantemente di nero, unghie finte, tacchi altissimi, vestito nero strettissimo - non ha le tette. si siede al tavolo dove la aspettava il suo gomez. una specie di ballerino di tango argentino di mezza età. lei si accorge che la sto guardando. dice qualcosa all'orecchio dell'uomo. ora guarda anche lui. serio. poi si alza e viene verso di me al banco.
senza badare a me dice a Lucchino: "cosa ti devo?"
Lucchino fa il conto guardandomi incuriosito.
io guardo la donna. sta lì con le gambe magre accavallate elegantemente e fuma.
a me prudono le mani. attraverso il locale le dico "il tuo uomo sembra intenzionato ad andare a dormire - tu che fai?"
"io? dipende... a cosa pensavi?"
l'uomo mette via il portafoglio e si gira verso la compagna "andiamo, dai!"
"vai avanti tu che mi fermo un altro po'"
Ora mi guarda bene. "posso restare e guardare?"
"no! non vi ho mai visti ne conosciuti, potreste essere due psicopatici assassini - e poi a me tira la tua puttana e non tu!"
TRASH! la donna immediatamente si siede dritta sulla sedia, sfregando la fica e il culo senza carne contro la paglia della sedia.
"dai, ti prego, è tutta la sera che aspetto." la voce almeno è gradevole quando implora, penso.
lui non è convinto. "anche tu potresti essere una pericolosa pazza in libera uscita..."
sorrido fredda "per me garantisce Lucchino...per te non so..."
Lucchino si comporta sempre bene in quelle occasioni. sta serio ed è concentrato. se combina le persone giuste prende una bella mancia.
Alla fine me la porto nel solito "albergo-residence ruby" (vero nome trash di un vero posto trash con trash-arredamento stile anni settanta nella provincia veneta trashissima) e le faccio quello che avevo da offrire. lei mi offre il suo corpo soprendentemente pulito e profumato, i suoi capelli tinti male, la sua pelle bianca non giovanissima, il rimmel che alla fine le cola fino alla bocca, l'espressione dei suoi occhi quando glieli faccio specchiare nella mia lama, un paio di guanti usa e getta, sussurri di desiderio, una sottilissima linea di sangue, lacrime di un desiderio appagato inaspettatamente.
trash è quando non è per amore. non si dovrebbe MAI fare. bisognerebbe farsi bastare i film - bisognerebbe fare tutto solo nell'immaginario. ma kekkazzo, si vive una volta sola, no?!
4.5.08
TRILOGY - vol, 1

La donna non aveva visto arrivare il fendente.
Il coltello era di quelli con la lama leggermente curva e lui, inaspettatamente esperto, aveva mirato dritto alla gola.
Solo un riflesso d’istinto atavico aveva salvato la donna dall’essere sgozzata.
La lama aveva tagliato la guancia, mancando di pochissimo l’unico occhio della donna e finendo la sua linea rossa nel labbro inferiore.
Aveva speso troppo per prenderlo. Ansimava a bocca aperta.
Un rivolo di saliva e sangue le filava dalla bocca, colandole sul petto sudato.
Sembrava che la facesse franca lui.
L’occhio della donna sbarrato per la fatica, due fessure gli occhi del ragazzo.
Scuro di pelle. Fianchi stretti. Un petto da fanciullo.
Quell’aria da ragazzo le aveva fatto abbassare la guardia. Lo aveva guardato ammirato. Ultimamente le capitava di guardarli prima di uccidere.
E lui aveva approfittato istintivamente di quel momento.
Lo aveva rincorso a lungo nei vicoli stretti e ora era lì, malferma sulle gambe. Ancora era in piedi. La vista leggermente annebbiata ma con tutti i sensi all’erta. Fili di capelli neri bagnati di sudore e sporchi di polvere rigavano il viso insanguinato. Lui, a 10 passi da lei, sembrava incerto sul da farsi. Scappare? Sicuramente quella donna cosi strana non avrebbe concesso una seconda occasione, con quella benda sull’occhio che le dava un che di piratesco e l’occhio di un nero profondo che prometteva di mantenere quel che diceva lo sguardo ora affaticato ma indifferente al proprio destino. Meglio finirla. Perché lei, se ora lui fosse scappato, avrebbe continuato a darle la caccia.
Al ragazzo, mentre si avvicinava con cautela, si rizzavano i peli sulla nuca. Aveva ucciso la prima volta a sei anni. Insieme ad altri cinque compagni di schiavitù aveva ammazzato a sassate un padrone sadico che non solo aveva fatto faticare lui e i suoi compagni sotto un sole cuocente, ma aveva abusato di loro ogni notte, lacerando e facendo sanguinare le loro giovani carni. Una notte aveva lanciato il primo sasso e i suoi compagni lo avevano aiutato a finire il vecchio Alì, rispettandolo da lì in poi come loro capo.
La vecchia che vendeva il pane al suk della città e che ogni tanto regalava a lui e gli altri il pane rimasto alla fine di una giornata, un giorno gli aveva preso il mento con la mano e con lo sguardo triste aveva previsto che avrebbe ancora ucciso. Non per odio, ma perché gli veniva facile. E quella profezia si era rivelata vera. Ora, a vent’anni appena compiuti, aveva ucciso altre decine di volte. Per la libertà, gli dicevano. Lui sapeva, che non c’era nessun motivo nobile, lo faceva soltanto perché gli veniva facile e perché fino ad oggi l’aveva fatta franca.
Uno dei due sarebbe morto. E questa volta, anche se la donna sembrava disorientata e esausta, poteva essere lui.
Con il piede nudo il ragazzo calciò sabbia e polvere nella direzione della donna, per vedere se reagiva. E la donna cadde in ginocchio con un lamento, cadendo con le mani in avanti. Ora la saliva mescolata al sangue che le uscì dalla bocca disegnò lo sfinimento nella sabbia.
“Come ti chiami ragazzo?” La voce della donna era tranquilla.
“Mi chiamo Amir.”
Lentamente la donna alzò la testa. L’unico occhio era arrossato e lacrimava.
“Se non vuoi morire, Amir, è meglio che tu ti muova ora. Sei in tempo. Non sarò in grado di seguirti ancora per un bel po’.”
“Ma tu smetterai di cercarmi?”
“Lo sai che non posso, ragazzo.”
“Ma io non so niente, non sono nessuno”
“Stronzate. Tu e il tuo gruppo siete responsabili degli ultimi due attentati nella zona verde di Baghdad. E loro hanno deciso che è ora di fermarvi.”
La risata di Amir era amara e sprezzante.
“Ma se fino ad ora a quelli lì faceva comodo che noi ammazzavamo la loro gente. Cosi la guerra continua e loro guadagnano milioni di dollari ogni giorno.”
“Lo so.”
“Lasciami andare, donna:”
“Non posso.”
La donna si drizzò sulle ginocchia. Le mani lungo i fianchi.
“Allora ti ammazzo.”
Amir ora è arrabbiato. Non vorrebbe ammazzarla questa. In un certo senso la rispetta. Capisce che lei non ha scelta. Sta facendo solo il suo lavoro e non sembra troppo felice di farlo. Lui cerca di girarle alle spalle, ma la donna si lascia cadere ancora sulle mani e con una gamba stesa fa cadere Amir. Gli entra della polvere negli occhi. Ora si difende alla cieca. Non vede quasi niente. La paura arriva come un pugno. Come ha potuto pensare di vincerla. Il suo istinto l’aveva messo in guardia, ma lui aveva preso la decisione sbagliata. Un calcio fortissimo, dato di tallone, gli arriva sul plesso solare. Mentre tutto diventa buio intorno a lui, sente lei che dice “Mi spiace ragazzo, non ho la forza per lottare con te. Faremo una cosa veloce.”
Il ragazzo è nudo.
Due corde che dai suo polsi vanno intorno a due pali di cemento lo tengono nella posizione del crocifisso.
Il corpo ha assunto una posizione naturale, quasi elegante.
Con la mente sgombra si chiede come lo farà morire.
Non ha paura del dolore. Il dolore è suo amico da quando è un bambino.
Non lo può dire lui alla donna, deve scoprirlo da sé.
Il ragazzo è lucido.
La donna gli sorride, estrae due lame d’assalto dai foderi che porta legati alle cosce e dice “Se mi dici quello che voglio sapere non ti faccio male. Ti uccido e basta.”
Il ragazzo le sputa in faccia.
“Bene. Sei coraggioso. Dimmi Amir, non hai paura perché non hai mai provato vero dolore o perché ne hai provato troppo?”
Il ragazzo tira un calcio. Ora è arrabbiato. E la rabbia lo rende goffo.
Per un secondo perde l’equilibrio, se non fosse legato per i polsi cadrebbe all’indietro.
Dalla bocca della donna un verso eccitato. Fa un movimento veloce, buttandosi in avanti, e pianta i suoi due coltelli nei piedi del ragazzo. Un urlo solo. Poi silenzio. Ora Amir non può più muoversi, difendersi, lottare. Il viso del giovane mostra più sorpresa che sofferenza. Si aspettava una sottile tortura e non una mossa cosi rozza ma definitiva.
“Direi che siamo pronti per fare due chiacchiere, che ne dici?”
“Non….so…..niente. Lo giuro.”
“Amir, Amir…quando e dove? E cosi semplice.”
Il coltello era di quelli con la lama leggermente curva e lui, inaspettatamente esperto, aveva mirato dritto alla gola.
Solo un riflesso d’istinto atavico aveva salvato la donna dall’essere sgozzata.
La lama aveva tagliato la guancia, mancando di pochissimo l’unico occhio della donna e finendo la sua linea rossa nel labbro inferiore.
Aveva speso troppo per prenderlo. Ansimava a bocca aperta.
Un rivolo di saliva e sangue le filava dalla bocca, colandole sul petto sudato.
Sembrava che la facesse franca lui.
L’occhio della donna sbarrato per la fatica, due fessure gli occhi del ragazzo.
Scuro di pelle. Fianchi stretti. Un petto da fanciullo.
Quell’aria da ragazzo le aveva fatto abbassare la guardia. Lo aveva guardato ammirato. Ultimamente le capitava di guardarli prima di uccidere.
E lui aveva approfittato istintivamente di quel momento.
Lo aveva rincorso a lungo nei vicoli stretti e ora era lì, malferma sulle gambe. Ancora era in piedi. La vista leggermente annebbiata ma con tutti i sensi all’erta. Fili di capelli neri bagnati di sudore e sporchi di polvere rigavano il viso insanguinato. Lui, a 10 passi da lei, sembrava incerto sul da farsi. Scappare? Sicuramente quella donna cosi strana non avrebbe concesso una seconda occasione, con quella benda sull’occhio che le dava un che di piratesco e l’occhio di un nero profondo che prometteva di mantenere quel che diceva lo sguardo ora affaticato ma indifferente al proprio destino. Meglio finirla. Perché lei, se ora lui fosse scappato, avrebbe continuato a darle la caccia.
Al ragazzo, mentre si avvicinava con cautela, si rizzavano i peli sulla nuca. Aveva ucciso la prima volta a sei anni. Insieme ad altri cinque compagni di schiavitù aveva ammazzato a sassate un padrone sadico che non solo aveva fatto faticare lui e i suoi compagni sotto un sole cuocente, ma aveva abusato di loro ogni notte, lacerando e facendo sanguinare le loro giovani carni. Una notte aveva lanciato il primo sasso e i suoi compagni lo avevano aiutato a finire il vecchio Alì, rispettandolo da lì in poi come loro capo.
La vecchia che vendeva il pane al suk della città e che ogni tanto regalava a lui e gli altri il pane rimasto alla fine di una giornata, un giorno gli aveva preso il mento con la mano e con lo sguardo triste aveva previsto che avrebbe ancora ucciso. Non per odio, ma perché gli veniva facile. E quella profezia si era rivelata vera. Ora, a vent’anni appena compiuti, aveva ucciso altre decine di volte. Per la libertà, gli dicevano. Lui sapeva, che non c’era nessun motivo nobile, lo faceva soltanto perché gli veniva facile e perché fino ad oggi l’aveva fatta franca.
Uno dei due sarebbe morto. E questa volta, anche se la donna sembrava disorientata e esausta, poteva essere lui.
Con il piede nudo il ragazzo calciò sabbia e polvere nella direzione della donna, per vedere se reagiva. E la donna cadde in ginocchio con un lamento, cadendo con le mani in avanti. Ora la saliva mescolata al sangue che le uscì dalla bocca disegnò lo sfinimento nella sabbia.
“Come ti chiami ragazzo?” La voce della donna era tranquilla.
“Mi chiamo Amir.”
Lentamente la donna alzò la testa. L’unico occhio era arrossato e lacrimava.
“Se non vuoi morire, Amir, è meglio che tu ti muova ora. Sei in tempo. Non sarò in grado di seguirti ancora per un bel po’.”
“Ma tu smetterai di cercarmi?”
“Lo sai che non posso, ragazzo.”
“Ma io non so niente, non sono nessuno”
“Stronzate. Tu e il tuo gruppo siete responsabili degli ultimi due attentati nella zona verde di Baghdad. E loro hanno deciso che è ora di fermarvi.”
La risata di Amir era amara e sprezzante.
“Ma se fino ad ora a quelli lì faceva comodo che noi ammazzavamo la loro gente. Cosi la guerra continua e loro guadagnano milioni di dollari ogni giorno.”
“Lo so.”
“Lasciami andare, donna:”
“Non posso.”
La donna si drizzò sulle ginocchia. Le mani lungo i fianchi.
“Allora ti ammazzo.”
Amir ora è arrabbiato. Non vorrebbe ammazzarla questa. In un certo senso la rispetta. Capisce che lei non ha scelta. Sta facendo solo il suo lavoro e non sembra troppo felice di farlo. Lui cerca di girarle alle spalle, ma la donna si lascia cadere ancora sulle mani e con una gamba stesa fa cadere Amir. Gli entra della polvere negli occhi. Ora si difende alla cieca. Non vede quasi niente. La paura arriva come un pugno. Come ha potuto pensare di vincerla. Il suo istinto l’aveva messo in guardia, ma lui aveva preso la decisione sbagliata. Un calcio fortissimo, dato di tallone, gli arriva sul plesso solare. Mentre tutto diventa buio intorno a lui, sente lei che dice “Mi spiace ragazzo, non ho la forza per lottare con te. Faremo una cosa veloce.”
Il ragazzo è nudo.
Due corde che dai suo polsi vanno intorno a due pali di cemento lo tengono nella posizione del crocifisso.
Il corpo ha assunto una posizione naturale, quasi elegante.
Con la mente sgombra si chiede come lo farà morire.
Non ha paura del dolore. Il dolore è suo amico da quando è un bambino.
Non lo può dire lui alla donna, deve scoprirlo da sé.
Il ragazzo è lucido.
La donna gli sorride, estrae due lame d’assalto dai foderi che porta legati alle cosce e dice “Se mi dici quello che voglio sapere non ti faccio male. Ti uccido e basta.”
Il ragazzo le sputa in faccia.
“Bene. Sei coraggioso. Dimmi Amir, non hai paura perché non hai mai provato vero dolore o perché ne hai provato troppo?”
Il ragazzo tira un calcio. Ora è arrabbiato. E la rabbia lo rende goffo.
Per un secondo perde l’equilibrio, se non fosse legato per i polsi cadrebbe all’indietro.
Dalla bocca della donna un verso eccitato. Fa un movimento veloce, buttandosi in avanti, e pianta i suoi due coltelli nei piedi del ragazzo. Un urlo solo. Poi silenzio. Ora Amir non può più muoversi, difendersi, lottare. Il viso del giovane mostra più sorpresa che sofferenza. Si aspettava una sottile tortura e non una mossa cosi rozza ma definitiva.
“Direi che siamo pronti per fare due chiacchiere, che ne dici?”
“Non….so…..niente. Lo giuro.”
“Amir, Amir…quando e dove? E cosi semplice.”
(la foto è di Joerg Zimmermann - vedi anche link al suo sito web....e no, ancora non so come cazzo continua sta storia. e francamente son stufa di raccontare sempre io il bagno di sangue. magari non posso farne a meno di vederli nella mia testa, ma ultimamente ho la nausea di raccontarli. ho visto la foto di joerg e le parole son venute cosi. love mod)
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