non riesco a trovare pace questa notte.
non trovo la posizione più comoda.
sono come un cane che si gira e si rigira nella sua cuccia.
ho le formiche nel culo.
tv accesa. senza volume. sono ormai ore che ripassano sempre le stesse immagini. sangue. sgomento. uno sguardo vitreo. incredulo..."ma allora mi odiano davvero". però con il solito senso drammatico e presenza scenica. espone il volto tumefatto al popolo. la gente che urla e spinge. tutto il mondo guarda.
mentre ragiono su questa cosa sento un brivido di paura per un futuro più che mai incerto. (ma con tutto questo casino la gente avrà letto la notizia data in maniera quasi defilata che da gennaio abbasseranno le pensioni?)
mia madre avrebbe detto "chi semina vento raccoglie tempesta."
non metto le foto. troppe le cose brutte che vedo già qui. basta sangue.
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14.12.09
26.11.09
doin' katie - rough this time (o come la mod regala la piccola katia a tom)
inizio dalla fine:
katie e tom fanno l'amore dolcemente senza amarsi. probabilmente non si incontreranno mai più....sono le due di notte quando si addormentano abbracciati come se fossero insieme da sempre.
riporto quel che tom mi sussurra stamane nell'orecchio. sono piena di sonno e non sono sicura di non averlo sognato.
"la tua piccola katia....ti ringrazio. ne avevo proprio bisogno"
ieri è stata una bellissima giornata. piena di cose normali e frenetiche. siccome passo la maggior parte della mia vita catturata dentro un'inerzia forzata, le giornate come quella di ieri mi mandano l'adrenalina a mille. ho lavorato. sto finendo le ultime cose in sala registrazione e ieri si sono accorti tutti che ero felice. dalla mia voce.
in prima serata mi viene a trovare big daddy - un amico di quelli lontani, quasi mai presente e con cui non scambio chi sa che confidenze, ma che rispetta totalmente la mia condizione dandomi cosi la possibilità di volergli bene per davvero. a lui piace il sushi. a me si chiude lo stomaco solo a pensarci. specie ieri che ero cosi agitata e adrenalinica. alla fine mi imbocca con pezzi di tonno praticamente crudo che io, da brava bambina ubbidiente, ingoio coraggiosamente.
ho la febbre addosso quando vado a casa verso le nove. le labbra secche e gli occhi lucidi. mi sono vestita a tema. i miei stivali sono bellissimi e porto un capello nero à la jeun'homme. hanno il diritto di vedermi bella ognitanto e non sempre in pigiama, cazzo!
tom arriva prima di quanto lo aspettassi. quando apro la porta facciamo come sempre. lui mi abbraccia e mi bacia sulla bocca staccandomi da terra. diciamo "sei bellissima/o" all'unisono. ridiamo e gli metto il mio capello nero in testa.
immaginatelo cosi - Tom
lui è stanchissimo. non solo nel fisico. vedo intorno agli occhi delle sottilissime rughe che l'ultima volta ancora non c'erano. gli metto una mano sopra gli occhi e lo bacio ancora. e ancora.
in quel momento so di che cosa ha bisogno. dico "katia...... ti ci vuole un po' di katia!"
"no, ti prego, sono troppo stanco."
"sì, blablabla. dai. fatti una doccia che la chiamo. non lo ho mai fatto. vedrai che arriva qui in un lampo. hai fame?"
katia è bellissima quando arriva. non è mai successo prima che la chiamassi IO. lei è abituata che deve pregarmi più di una volta prima che le dico di sì. quindi ora è contenta ma anche sconcertata.
"non sapevo che fumassi," le dico.
"neanche io."
"ho una sorpresa per te. c'è mio fratello. ti va di giocare?"
resta immobile. fissa un punto sul pavimento. poi mi guarda seria senza dire una parola.
"non devi avere paura. resterò con te tutto il tempo e se non vuoi fare una cosa non la devi fare lo sai bene," le dico tranquilla.
riflette con fronte corrugata. poi sorride.
"lui usa le lame?"
"sì"
"è bravo?"
"sì"
"allora voglio giocare. ma questa volta non per finta."
è da tempo che katia mi chiedeva di lasciarle una cicatrice ornamentale. di quelle che restano. ho sempre detto di no, perchè lei è una brava ragazza e le brave ragazze vanno lasciate stare - in linea di massima.
mezz'ora dopo sul terrazzo.
Tom la ha ammanettata per poi appenderla al grande gancio che avevo messo anni fa per appendere dei fiori. è nuda e fa freddo.
Tom affila lama su lama. sono comuni coltelli da pescatore identici i suoi. non è un purista, più un bravo artigiano del mestiere. Il rumore delle lame fa sospirare katia.
"dille di stare zitta se no le fico le tue mutandine in bocca."
Io odio fare il mio mestiere fuori dagli orari di lavoro. ma in questo caso...è meglio che traduca.
ripeto quello che tom ha detto. katia ci sfida con lo sguardo poi urla a squarciagola
"non vogliooooooooo".
ecco ora tutta la valle sa che sto affettando qualcuno a casa mia. sublime!
"che stronza. dovrei appenderti direttamente al gancio."
in quel momento ho questo flash quasi doloroso e mi bagno di una voglia totalmente primitiva.
mio fratello è furioso.
"cosa aspetti. levati ste cazzo di mutande che la facciamo stare zitta!" (in tedesco ha un suono ancora più violento)
ecco. lo sapevo io. non gioco, lavoro e resto pure senza mutande. ekkekkazzo! ma faccio come mi dice. meglio non contrariarlo, una volta entrato nel gioco, se no le prendo anche io.
non riesco a togliermi gli stivali. sono quelli che arrivano fin sopra le ginocchia. elegantissimi. fino a due secondi fa ero una dominatrix perversa e ora per poco non mi ribalto da ferma. andiamo sempre meglio....
"ma che cazzo fai. dai ti aiuto."
me li tira via con una energia che fa bagnare ancora di più le mie mutande. katia, katia, ma perchè hai fatto quell'urlo.....,
"apri la bocca"
lei scuote la testa.
schiaffo.
"ho detto, apri la tua bocca piccola." voce di miele. occhi di fuoco.
le infila le mie mutande tipo string nuove di zecca in bocca.
odorano di me. sono bagnate di me.
resto lì incantata. guardo ammirata la scena e mi tocco tra le cosce.
non c'è più bisogno di tradurre ora. sono entrati entrambi nella loro parte. penso che mi sto congelando il culo e visto la sua superficie decido di rientrare e lasciarli al loro destino. neanche mi sentono quando mormoro "me ne vado dentro".
mi infilo nel letto. le mie dita affondano nel caldo e umido.
mi immagino loro la fuori.
non si sente nulla eppure sono lì a solo 3 metri di distanza.
il muro tra di noi ingoia tutto il sonoro.
mi lascio andare alle mie dita.
non ci vuole molto tempo.
finalmente il sollievo.
dopo un po' mi metto qualcosa addosso e vado a vedere.
katia è appesa ancora lì.
Tom nudo fino alla cintura con la schiena lucicante di sudore.
lei piange e ride.
una piccola goccia di sangue lascia una scia filigrana sul seno sinistro
una piccola croce incisa lì
dove c'è il suo cuore.
"grazie, grazie......"
Tom si gira verso di me.
è serio.
ha la faccia che amo di più.
esprime totale soddisfazione di aver dato qualcosa di prezioso a katia.
e di essere ricordato da lei per sempre.
lo guardo e strizzo l'occhio.
lui sa esattamente cosa dire ora.
"mod, grazie, credo di amarla già questa qua. è bravissima!"
"ah, sì?!"
mi avvicino e le prendo il mento con una mano.
"non mi piace questa cosa. proprio per niente!"
lei mi guarda un po' confusa.
"guarda qua," le infilo un dito dentro "sei ancora tutta bagnata"
"sei arrabbiata?" mi domanda con un filo di voce.
"ora ti spiego come funziona a casa mia: lui è mio e anche tu sei mia. fra voi due invece non c'è proprio nulla, hai capito?!"
la guardo pensierosa e mi lecco il dito che sa della sua soddisfazione.
"vieni tom, fa freddo qua." lo prendo per mano e lui mi segue senza una parola.
"notte piccola, pensa a quel che ti ho detto".
"non mi lasciate mica qua fuori.....?"
la porta finestre si chiude.
dentro in sala mio fratello ed io ci guardiamo.
siamo complici in perfetta simbiosi.
"buona notte, vado a dormire, tira fuori il divano letto, le lenzuola son lì dentro."
"Grazie. non so cosa dire."
"Non serve. dai, va a salvarla e mettila a letto. è sfinita anche lei!"
ci baciamo come due amanti. accarezzo il suo viso. quanto bene gli voglio.
torno a letto e sento mentre mi addormento che loro ancora non ne hanno abbastanza.
li immagino cosi:
(pubblicato con il permesso di tutti i protagonisti)
katie e tom fanno l'amore dolcemente senza amarsi. probabilmente non si incontreranno mai più....sono le due di notte quando si addormentano abbracciati come se fossero insieme da sempre.
riporto quel che tom mi sussurra stamane nell'orecchio. sono piena di sonno e non sono sicura di non averlo sognato.
"la tua piccola katia....ti ringrazio. ne avevo proprio bisogno"
ieri è stata una bellissima giornata. piena di cose normali e frenetiche. siccome passo la maggior parte della mia vita catturata dentro un'inerzia forzata, le giornate come quella di ieri mi mandano l'adrenalina a mille. ho lavorato. sto finendo le ultime cose in sala registrazione e ieri si sono accorti tutti che ero felice. dalla mia voce.
in prima serata mi viene a trovare big daddy - un amico di quelli lontani, quasi mai presente e con cui non scambio chi sa che confidenze, ma che rispetta totalmente la mia condizione dandomi cosi la possibilità di volergli bene per davvero. a lui piace il sushi. a me si chiude lo stomaco solo a pensarci. specie ieri che ero cosi agitata e adrenalinica. alla fine mi imbocca con pezzi di tonno praticamente crudo che io, da brava bambina ubbidiente, ingoio coraggiosamente.
ho la febbre addosso quando vado a casa verso le nove. le labbra secche e gli occhi lucidi. mi sono vestita a tema. i miei stivali sono bellissimi e porto un capello nero à la jeun'homme. hanno il diritto di vedermi bella ognitanto e non sempre in pigiama, cazzo!
tom arriva prima di quanto lo aspettassi. quando apro la porta facciamo come sempre. lui mi abbraccia e mi bacia sulla bocca staccandomi da terra. diciamo "sei bellissima/o" all'unisono. ridiamo e gli metto il mio capello nero in testa.
immaginatelo cosi - Tom
lui è stanchissimo. non solo nel fisico. vedo intorno agli occhi delle sottilissime rughe che l'ultima volta ancora non c'erano. gli metto una mano sopra gli occhi e lo bacio ancora. e ancora.
in quel momento so di che cosa ha bisogno. dico "katia...... ti ci vuole un po' di katia!"
"no, ti prego, sono troppo stanco."
"sì, blablabla. dai. fatti una doccia che la chiamo. non lo ho mai fatto. vedrai che arriva qui in un lampo. hai fame?"
katia è bellissima quando arriva. non è mai successo prima che la chiamassi IO. lei è abituata che deve pregarmi più di una volta prima che le dico di sì. quindi ora è contenta ma anche sconcertata.
"non sapevo che fumassi," le dico.
"neanche io."
"ho una sorpresa per te. c'è mio fratello. ti va di giocare?"
resta immobile. fissa un punto sul pavimento. poi mi guarda seria senza dire una parola.
"non devi avere paura. resterò con te tutto il tempo e se non vuoi fare una cosa non la devi fare lo sai bene," le dico tranquilla.
riflette con fronte corrugata. poi sorride.
"lui usa le lame?"
"sì"
"è bravo?"
"sì"
"allora voglio giocare. ma questa volta non per finta."
è da tempo che katia mi chiedeva di lasciarle una cicatrice ornamentale. di quelle che restano. ho sempre detto di no, perchè lei è una brava ragazza e le brave ragazze vanno lasciate stare - in linea di massima.
mezz'ora dopo sul terrazzo.
Tom la ha ammanettata per poi appenderla al grande gancio che avevo messo anni fa per appendere dei fiori. è nuda e fa freddo.
Tom affila lama su lama. sono comuni coltelli da pescatore identici i suoi. non è un purista, più un bravo artigiano del mestiere. Il rumore delle lame fa sospirare katia.
"dille di stare zitta se no le fico le tue mutandine in bocca."
Io odio fare il mio mestiere fuori dagli orari di lavoro. ma in questo caso...è meglio che traduca.
ripeto quello che tom ha detto. katia ci sfida con lo sguardo poi urla a squarciagola
"non vogliooooooooo".
ecco ora tutta la valle sa che sto affettando qualcuno a casa mia. sublime!
"che stronza. dovrei appenderti direttamente al gancio."
in quel momento ho questo flash quasi doloroso e mi bagno di una voglia totalmente primitiva.
mio fratello è furioso.
"cosa aspetti. levati ste cazzo di mutande che la facciamo stare zitta!" (in tedesco ha un suono ancora più violento)
ecco. lo sapevo io. non gioco, lavoro e resto pure senza mutande. ekkekkazzo! ma faccio come mi dice. meglio non contrariarlo, una volta entrato nel gioco, se no le prendo anche io.
non riesco a togliermi gli stivali. sono quelli che arrivano fin sopra le ginocchia. elegantissimi. fino a due secondi fa ero una dominatrix perversa e ora per poco non mi ribalto da ferma. andiamo sempre meglio....
"ma che cazzo fai. dai ti aiuto."
me li tira via con una energia che fa bagnare ancora di più le mie mutande. katia, katia, ma perchè hai fatto quell'urlo.....,
"apri la bocca"
lei scuote la testa.
schiaffo.
"ho detto, apri la tua bocca piccola." voce di miele. occhi di fuoco.
le infila le mie mutande tipo string nuove di zecca in bocca.
odorano di me. sono bagnate di me.
resto lì incantata. guardo ammirata la scena e mi tocco tra le cosce.
non c'è più bisogno di tradurre ora. sono entrati entrambi nella loro parte. penso che mi sto congelando il culo e visto la sua superficie decido di rientrare e lasciarli al loro destino. neanche mi sentono quando mormoro "me ne vado dentro".
mi infilo nel letto. le mie dita affondano nel caldo e umido.
mi immagino loro la fuori.
non si sente nulla eppure sono lì a solo 3 metri di distanza.
il muro tra di noi ingoia tutto il sonoro.
mi lascio andare alle mie dita.
non ci vuole molto tempo.
finalmente il sollievo.
dopo un po' mi metto qualcosa addosso e vado a vedere.
katia è appesa ancora lì.
Tom nudo fino alla cintura con la schiena lucicante di sudore.
lei piange e ride.
una piccola goccia di sangue lascia una scia filigrana sul seno sinistro
una piccola croce incisa lì
dove c'è il suo cuore.
"grazie, grazie......"
Tom si gira verso di me.
è serio.
ha la faccia che amo di più.
esprime totale soddisfazione di aver dato qualcosa di prezioso a katia.
e di essere ricordato da lei per sempre.
lo guardo e strizzo l'occhio.
lui sa esattamente cosa dire ora.
"mod, grazie, credo di amarla già questa qua. è bravissima!"
"ah, sì?!"
mi avvicino e le prendo il mento con una mano.
"non mi piace questa cosa. proprio per niente!"
lei mi guarda un po' confusa.
"guarda qua," le infilo un dito dentro "sei ancora tutta bagnata"
"sei arrabbiata?" mi domanda con un filo di voce.
"ora ti spiego come funziona a casa mia: lui è mio e anche tu sei mia. fra voi due invece non c'è proprio nulla, hai capito?!"
la guardo pensierosa e mi lecco il dito che sa della sua soddisfazione.
"vieni tom, fa freddo qua." lo prendo per mano e lui mi segue senza una parola.
"notte piccola, pensa a quel che ti ho detto".
"non mi lasciate mica qua fuori.....?"
la porta finestre si chiude.
dentro in sala mio fratello ed io ci guardiamo.
siamo complici in perfetta simbiosi.
"buona notte, vado a dormire, tira fuori il divano letto, le lenzuola son lì dentro."
"Grazie. non so cosa dire."
"Non serve. dai, va a salvarla e mettila a letto. è sfinita anche lei!"
ci baciamo come due amanti. accarezzo il suo viso. quanto bene gli voglio.
torno a letto e sento mentre mi addormento che loro ancora non ne hanno abbastanza.
li immagino cosi:
(pubblicato con il permesso di tutti i protagonisti)
15.7.09
recensione
È una storia d’amore.
Ovviamente.
Quando mai il music doc mi ha mandato altro che amore?!
È la storia di un ragazzo pallido e delicato – solo in apparenza
E di una bambina con gli occhi da assassina per necessità – per davvero.
Il ragazzo è indifeso di fronte alla violenza a goccia cinese che deve subire dai compagni
E la bambina è in balia della sua condizione – di vampiro.
Quando si incontrano (lei: non posso essere tua amica – lui: e perché no? E poi: perché dovrei voler essere il tuo amico?) parlano attraverso il codice delle trasmissioni radio. E poi si guardano senza parlare, mettendo in chiaro che loro due sono destinati a stare insieme per sempre.
Il fatto che la storia ha luogo in una landa nordica ed invernale mi colpisce al cuore. Il fatto che anche di giorno sia notte mi fa cadere in quella melancolia immediata che, però, al momento placa le mie paure più viscerali.
Il ragazzo ha un coltello e quando si taglia per compiere il rito di “fratelli di sangue” con la bambina, lei, invece di tagliarsi, lecca il sangue che gocciola dalla mano del ragazzo per terra…..
Ma che cazzo sto scrivendo?!
Questo film non lo si può raccontare. Bisogna guardarlo.
Tutto l’insieme mi ha fatto capire che nessuno vive per sempre, ma che ogni tanto incontri qualcuno che ti salva la vita e ti guarda le spalle.
Non aver paura di me. Ecco l’unica cosa che dovevo scrivere: lasciami entrare!
Ovviamente.
Quando mai il music doc mi ha mandato altro che amore?!
È la storia di un ragazzo pallido e delicato – solo in apparenza
E di una bambina con gli occhi da assassina per necessità – per davvero.
Il ragazzo è indifeso di fronte alla violenza a goccia cinese che deve subire dai compagni
E la bambina è in balia della sua condizione – di vampiro.
Quando si incontrano (lei: non posso essere tua amica – lui: e perché no? E poi: perché dovrei voler essere il tuo amico?) parlano attraverso il codice delle trasmissioni radio. E poi si guardano senza parlare, mettendo in chiaro che loro due sono destinati a stare insieme per sempre.
Il fatto che la storia ha luogo in una landa nordica ed invernale mi colpisce al cuore. Il fatto che anche di giorno sia notte mi fa cadere in quella melancolia immediata che, però, al momento placa le mie paure più viscerali.
Il ragazzo ha un coltello e quando si taglia per compiere il rito di “fratelli di sangue” con la bambina, lei, invece di tagliarsi, lecca il sangue che gocciola dalla mano del ragazzo per terra…..
Ma che cazzo sto scrivendo?!
Questo film non lo si può raccontare. Bisogna guardarlo.
Tutto l’insieme mi ha fatto capire che nessuno vive per sempre, ma che ogni tanto incontri qualcuno che ti salva la vita e ti guarda le spalle.
Non aver paura di me. Ecco l’unica cosa che dovevo scrivere: lasciami entrare!
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4.5.08
TRILOGY - vol, 1

La donna non aveva visto arrivare il fendente.
Il coltello era di quelli con la lama leggermente curva e lui, inaspettatamente esperto, aveva mirato dritto alla gola.
Solo un riflesso d’istinto atavico aveva salvato la donna dall’essere sgozzata.
La lama aveva tagliato la guancia, mancando di pochissimo l’unico occhio della donna e finendo la sua linea rossa nel labbro inferiore.
Aveva speso troppo per prenderlo. Ansimava a bocca aperta.
Un rivolo di saliva e sangue le filava dalla bocca, colandole sul petto sudato.
Sembrava che la facesse franca lui.
L’occhio della donna sbarrato per la fatica, due fessure gli occhi del ragazzo.
Scuro di pelle. Fianchi stretti. Un petto da fanciullo.
Quell’aria da ragazzo le aveva fatto abbassare la guardia. Lo aveva guardato ammirato. Ultimamente le capitava di guardarli prima di uccidere.
E lui aveva approfittato istintivamente di quel momento.
Lo aveva rincorso a lungo nei vicoli stretti e ora era lì, malferma sulle gambe. Ancora era in piedi. La vista leggermente annebbiata ma con tutti i sensi all’erta. Fili di capelli neri bagnati di sudore e sporchi di polvere rigavano il viso insanguinato. Lui, a 10 passi da lei, sembrava incerto sul da farsi. Scappare? Sicuramente quella donna cosi strana non avrebbe concesso una seconda occasione, con quella benda sull’occhio che le dava un che di piratesco e l’occhio di un nero profondo che prometteva di mantenere quel che diceva lo sguardo ora affaticato ma indifferente al proprio destino. Meglio finirla. Perché lei, se ora lui fosse scappato, avrebbe continuato a darle la caccia.
Al ragazzo, mentre si avvicinava con cautela, si rizzavano i peli sulla nuca. Aveva ucciso la prima volta a sei anni. Insieme ad altri cinque compagni di schiavitù aveva ammazzato a sassate un padrone sadico che non solo aveva fatto faticare lui e i suoi compagni sotto un sole cuocente, ma aveva abusato di loro ogni notte, lacerando e facendo sanguinare le loro giovani carni. Una notte aveva lanciato il primo sasso e i suoi compagni lo avevano aiutato a finire il vecchio Alì, rispettandolo da lì in poi come loro capo.
La vecchia che vendeva il pane al suk della città e che ogni tanto regalava a lui e gli altri il pane rimasto alla fine di una giornata, un giorno gli aveva preso il mento con la mano e con lo sguardo triste aveva previsto che avrebbe ancora ucciso. Non per odio, ma perché gli veniva facile. E quella profezia si era rivelata vera. Ora, a vent’anni appena compiuti, aveva ucciso altre decine di volte. Per la libertà, gli dicevano. Lui sapeva, che non c’era nessun motivo nobile, lo faceva soltanto perché gli veniva facile e perché fino ad oggi l’aveva fatta franca.
Uno dei due sarebbe morto. E questa volta, anche se la donna sembrava disorientata e esausta, poteva essere lui.
Con il piede nudo il ragazzo calciò sabbia e polvere nella direzione della donna, per vedere se reagiva. E la donna cadde in ginocchio con un lamento, cadendo con le mani in avanti. Ora la saliva mescolata al sangue che le uscì dalla bocca disegnò lo sfinimento nella sabbia.
“Come ti chiami ragazzo?” La voce della donna era tranquilla.
“Mi chiamo Amir.”
Lentamente la donna alzò la testa. L’unico occhio era arrossato e lacrimava.
“Se non vuoi morire, Amir, è meglio che tu ti muova ora. Sei in tempo. Non sarò in grado di seguirti ancora per un bel po’.”
“Ma tu smetterai di cercarmi?”
“Lo sai che non posso, ragazzo.”
“Ma io non so niente, non sono nessuno”
“Stronzate. Tu e il tuo gruppo siete responsabili degli ultimi due attentati nella zona verde di Baghdad. E loro hanno deciso che è ora di fermarvi.”
La risata di Amir era amara e sprezzante.
“Ma se fino ad ora a quelli lì faceva comodo che noi ammazzavamo la loro gente. Cosi la guerra continua e loro guadagnano milioni di dollari ogni giorno.”
“Lo so.”
“Lasciami andare, donna:”
“Non posso.”
La donna si drizzò sulle ginocchia. Le mani lungo i fianchi.
“Allora ti ammazzo.”
Amir ora è arrabbiato. Non vorrebbe ammazzarla questa. In un certo senso la rispetta. Capisce che lei non ha scelta. Sta facendo solo il suo lavoro e non sembra troppo felice di farlo. Lui cerca di girarle alle spalle, ma la donna si lascia cadere ancora sulle mani e con una gamba stesa fa cadere Amir. Gli entra della polvere negli occhi. Ora si difende alla cieca. Non vede quasi niente. La paura arriva come un pugno. Come ha potuto pensare di vincerla. Il suo istinto l’aveva messo in guardia, ma lui aveva preso la decisione sbagliata. Un calcio fortissimo, dato di tallone, gli arriva sul plesso solare. Mentre tutto diventa buio intorno a lui, sente lei che dice “Mi spiace ragazzo, non ho la forza per lottare con te. Faremo una cosa veloce.”
Il ragazzo è nudo.
Due corde che dai suo polsi vanno intorno a due pali di cemento lo tengono nella posizione del crocifisso.
Il corpo ha assunto una posizione naturale, quasi elegante.
Con la mente sgombra si chiede come lo farà morire.
Non ha paura del dolore. Il dolore è suo amico da quando è un bambino.
Non lo può dire lui alla donna, deve scoprirlo da sé.
Il ragazzo è lucido.
La donna gli sorride, estrae due lame d’assalto dai foderi che porta legati alle cosce e dice “Se mi dici quello che voglio sapere non ti faccio male. Ti uccido e basta.”
Il ragazzo le sputa in faccia.
“Bene. Sei coraggioso. Dimmi Amir, non hai paura perché non hai mai provato vero dolore o perché ne hai provato troppo?”
Il ragazzo tira un calcio. Ora è arrabbiato. E la rabbia lo rende goffo.
Per un secondo perde l’equilibrio, se non fosse legato per i polsi cadrebbe all’indietro.
Dalla bocca della donna un verso eccitato. Fa un movimento veloce, buttandosi in avanti, e pianta i suoi due coltelli nei piedi del ragazzo. Un urlo solo. Poi silenzio. Ora Amir non può più muoversi, difendersi, lottare. Il viso del giovane mostra più sorpresa che sofferenza. Si aspettava una sottile tortura e non una mossa cosi rozza ma definitiva.
“Direi che siamo pronti per fare due chiacchiere, che ne dici?”
“Non….so…..niente. Lo giuro.”
“Amir, Amir…quando e dove? E cosi semplice.”
Il coltello era di quelli con la lama leggermente curva e lui, inaspettatamente esperto, aveva mirato dritto alla gola.
Solo un riflesso d’istinto atavico aveva salvato la donna dall’essere sgozzata.
La lama aveva tagliato la guancia, mancando di pochissimo l’unico occhio della donna e finendo la sua linea rossa nel labbro inferiore.
Aveva speso troppo per prenderlo. Ansimava a bocca aperta.
Un rivolo di saliva e sangue le filava dalla bocca, colandole sul petto sudato.
Sembrava che la facesse franca lui.
L’occhio della donna sbarrato per la fatica, due fessure gli occhi del ragazzo.
Scuro di pelle. Fianchi stretti. Un petto da fanciullo.
Quell’aria da ragazzo le aveva fatto abbassare la guardia. Lo aveva guardato ammirato. Ultimamente le capitava di guardarli prima di uccidere.
E lui aveva approfittato istintivamente di quel momento.
Lo aveva rincorso a lungo nei vicoli stretti e ora era lì, malferma sulle gambe. Ancora era in piedi. La vista leggermente annebbiata ma con tutti i sensi all’erta. Fili di capelli neri bagnati di sudore e sporchi di polvere rigavano il viso insanguinato. Lui, a 10 passi da lei, sembrava incerto sul da farsi. Scappare? Sicuramente quella donna cosi strana non avrebbe concesso una seconda occasione, con quella benda sull’occhio che le dava un che di piratesco e l’occhio di un nero profondo che prometteva di mantenere quel che diceva lo sguardo ora affaticato ma indifferente al proprio destino. Meglio finirla. Perché lei, se ora lui fosse scappato, avrebbe continuato a darle la caccia.
Al ragazzo, mentre si avvicinava con cautela, si rizzavano i peli sulla nuca. Aveva ucciso la prima volta a sei anni. Insieme ad altri cinque compagni di schiavitù aveva ammazzato a sassate un padrone sadico che non solo aveva fatto faticare lui e i suoi compagni sotto un sole cuocente, ma aveva abusato di loro ogni notte, lacerando e facendo sanguinare le loro giovani carni. Una notte aveva lanciato il primo sasso e i suoi compagni lo avevano aiutato a finire il vecchio Alì, rispettandolo da lì in poi come loro capo.
La vecchia che vendeva il pane al suk della città e che ogni tanto regalava a lui e gli altri il pane rimasto alla fine di una giornata, un giorno gli aveva preso il mento con la mano e con lo sguardo triste aveva previsto che avrebbe ancora ucciso. Non per odio, ma perché gli veniva facile. E quella profezia si era rivelata vera. Ora, a vent’anni appena compiuti, aveva ucciso altre decine di volte. Per la libertà, gli dicevano. Lui sapeva, che non c’era nessun motivo nobile, lo faceva soltanto perché gli veniva facile e perché fino ad oggi l’aveva fatta franca.
Uno dei due sarebbe morto. E questa volta, anche se la donna sembrava disorientata e esausta, poteva essere lui.
Con il piede nudo il ragazzo calciò sabbia e polvere nella direzione della donna, per vedere se reagiva. E la donna cadde in ginocchio con un lamento, cadendo con le mani in avanti. Ora la saliva mescolata al sangue che le uscì dalla bocca disegnò lo sfinimento nella sabbia.
“Come ti chiami ragazzo?” La voce della donna era tranquilla.
“Mi chiamo Amir.”
Lentamente la donna alzò la testa. L’unico occhio era arrossato e lacrimava.
“Se non vuoi morire, Amir, è meglio che tu ti muova ora. Sei in tempo. Non sarò in grado di seguirti ancora per un bel po’.”
“Ma tu smetterai di cercarmi?”
“Lo sai che non posso, ragazzo.”
“Ma io non so niente, non sono nessuno”
“Stronzate. Tu e il tuo gruppo siete responsabili degli ultimi due attentati nella zona verde di Baghdad. E loro hanno deciso che è ora di fermarvi.”
La risata di Amir era amara e sprezzante.
“Ma se fino ad ora a quelli lì faceva comodo che noi ammazzavamo la loro gente. Cosi la guerra continua e loro guadagnano milioni di dollari ogni giorno.”
“Lo so.”
“Lasciami andare, donna:”
“Non posso.”
La donna si drizzò sulle ginocchia. Le mani lungo i fianchi.
“Allora ti ammazzo.”
Amir ora è arrabbiato. Non vorrebbe ammazzarla questa. In un certo senso la rispetta. Capisce che lei non ha scelta. Sta facendo solo il suo lavoro e non sembra troppo felice di farlo. Lui cerca di girarle alle spalle, ma la donna si lascia cadere ancora sulle mani e con una gamba stesa fa cadere Amir. Gli entra della polvere negli occhi. Ora si difende alla cieca. Non vede quasi niente. La paura arriva come un pugno. Come ha potuto pensare di vincerla. Il suo istinto l’aveva messo in guardia, ma lui aveva preso la decisione sbagliata. Un calcio fortissimo, dato di tallone, gli arriva sul plesso solare. Mentre tutto diventa buio intorno a lui, sente lei che dice “Mi spiace ragazzo, non ho la forza per lottare con te. Faremo una cosa veloce.”
Il ragazzo è nudo.
Due corde che dai suo polsi vanno intorno a due pali di cemento lo tengono nella posizione del crocifisso.
Il corpo ha assunto una posizione naturale, quasi elegante.
Con la mente sgombra si chiede come lo farà morire.
Non ha paura del dolore. Il dolore è suo amico da quando è un bambino.
Non lo può dire lui alla donna, deve scoprirlo da sé.
Il ragazzo è lucido.
La donna gli sorride, estrae due lame d’assalto dai foderi che porta legati alle cosce e dice “Se mi dici quello che voglio sapere non ti faccio male. Ti uccido e basta.”
Il ragazzo le sputa in faccia.
“Bene. Sei coraggioso. Dimmi Amir, non hai paura perché non hai mai provato vero dolore o perché ne hai provato troppo?”
Il ragazzo tira un calcio. Ora è arrabbiato. E la rabbia lo rende goffo.
Per un secondo perde l’equilibrio, se non fosse legato per i polsi cadrebbe all’indietro.
Dalla bocca della donna un verso eccitato. Fa un movimento veloce, buttandosi in avanti, e pianta i suoi due coltelli nei piedi del ragazzo. Un urlo solo. Poi silenzio. Ora Amir non può più muoversi, difendersi, lottare. Il viso del giovane mostra più sorpresa che sofferenza. Si aspettava una sottile tortura e non una mossa cosi rozza ma definitiva.
“Direi che siamo pronti per fare due chiacchiere, che ne dici?”
“Non….so…..niente. Lo giuro.”
“Amir, Amir…quando e dove? E cosi semplice.”
(la foto è di Joerg Zimmermann - vedi anche link al suo sito web....e no, ancora non so come cazzo continua sta storia. e francamente son stufa di raccontare sempre io il bagno di sangue. magari non posso farne a meno di vederli nella mia testa, ma ultimamente ho la nausea di raccontarli. ho visto la foto di joerg e le parole son venute cosi. love mod)
13.2.08
QUESTI E QUELLI

scambio notturno di messaggi tra adulti consenzienti e un tantino particolari:
lei: "cosa preferisci, donna che, attaccata da branco di maschi imbecilli nella giungla, si tasforma in belva e lì fa fuori uno alla volta, mangiandoseli, oppure femmina bionda che è stufa di prenderle e si trasforma in assassina vendicatrice spietatissima?" (nota dell'autrice - la donna nel messaggio non lo scrive perché è ovvio: entrambe le femmine sono di una bellezza mozzafiato...e la scopata strana è compresa nel racconto che si prospetta)
lui (noto per la sua ingordigia entusiasta) risponde:" tutti e due!"
ora:
è appurato che entrambe le persone hanno gusti eccellenti per quanto concerne la musica, il cinema, la letteratura e l'arte in genere. La loro sessualità, invece, la vivono in maniera gustosamente "proudly weird and dirty", come disse Fatty Arbuckle, ma rigorosamente senza esercitare alcuna violenza non richiesta.
Regalarsi racconti di esperienze vissute oppure queste fantasie cosi sanguinose sono una specie di fetish - un angolo dove appartarsi come due anime gemelle in perfetta sintonia.
In compenso stamane, facendo colazione al bar sotto casa, leggo sul "Gazzettino" che la CEI (Conferenza Episcopale Italiana) è rimasta "turbata" dalla visione del nuovo film di Nanni Moretti "Caos Calmo" che, pare, contenga una scena di sodomizzazione (Moretti che incula la Ferrari????...mamma mia!!!), per la quale i due protagonisti hanno dovuto bere qualcosa di forte prima di girarla (e te credo, specie la Ferrari!).
Ora mi domando: ma come fanno i vescovi a rimanere turbati di una cosa del genere? Avranno mica guardato il film??????
God, have mercy, se solo penso un attimo a tutti sti preti che guardano quel film, ovviamente "solo per motivi didattici", mi viene male....e preferisco le strane fantasie di cui sopra.
...a proposito, ora devo tirare fuori dal cilindro un racconto con femmina assassina che si trasforma in belva...e che cazzo, lo so che ha chiesto "tutti e due", ma la regola vuole che MAI bisogna dare tutto quel che ti chiedono! Parola di Mod.
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5.12.07
GIRL IN GLASS CAGE


sono sdraiata a letto.
un camicie bianco.
tutto aperto sul di dietro.
ho sudato freddo.
sono legata stretta con delle garze.
ho delle macchie sul davanti. rosse.
i capelli non ce li ho più.
sono tremendamente brutta. dall'iPod musica orribile che non sapevo che c'era. il music-doc non l'avrebbe mai messo, penso con disappunto. vomito sangue.
entra il dr. house con uno dei miei coltelli da collezione. la dottoressina ingenua ma un po' puttanella che gli si struscia addosso dal primo episodio (senza successo - vuole estorcere un sentimento a uno che è un maestro "a non averne") è vestita da dominetta da strappazzo e ha un'ascia da guerra che tiene stretta con entrambe le mani.
Ora so che sto sognando.
Mi sveglio.
Mi dispiace un po'.
Perché stavo già pensando su come farli fuori entrambi a mani nude.
Come Beatrix la sposa, capito?!
E' notte.
Intorno a me una gabbia di vetro.
La cosa spaventosa è che trovo la fotina della dottoressina rompicazzo di cui sopra.
E' identica di come era nel sogno!
Cazzo! Non dormo più!
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